Oltre 200 deportati e 17 morti nei campi di prigionia durante la Seconda Guerra Mondiale. Piovene Rocchette non dimentica e continua nel ricordo, anche con le testimonianze e i diari dei deportati. “Mai dimenticheremo l’abominio che vissero i nostri Concittadini, militari e non, fatti prigionieri nei lager tedeschi e nei campi russi”, dichiara il Sindaco di Piovene Rocchette Erminio Masero.

A qualche giorno dalla serata ‘Io c’ero e non dimentico, memorie di un deportato’, svolta nella Sala Conferenze per la ‘Giornata della Memoria’ ed organizzata dal Comune di Piovene Rocchette in collaborazione col Gruppo ANA piovenese, il Sindaco Masero e l’Assessore Comunale Giovanni Pattanaro, anche Capogruppo degli Alpini di Piovene Rocchette, rimarcano l’importanza del ‘non dimenticare’ l’inferno in terra dei lager, l’odio e le atrocità perpetrati nei campi di internamento.

“Pagine di storia che devono sempre essere rilette, per aiutare alla riflessione-continua Erminio Masero, Sindaco e Assessore alla Cultura di `Piovene Rocchette- Perché conoscerla, capire e sapere i suoi eventi, ci può permettere che simili barbarie non accadano più, portandoci verso una strada fatta di tolleranza e solidarietà”.

 

“Una serata che ha visto il pubblico coinvolto nel racconto di Gabriella De Marzi, col ricordo di suo papà Romeo deportato a Mauthausen. ‘Rapito’ completamente alla sua vita e alla sua famiglia, in un giorno qualsiasi, appena arrivato alla fabbrica in cui lavorava: prima convocato in Direzione, assieme ad una ventina di altri suoi colleghi per essere arrivato in ritardo di qualche minuto al lavoro, poi spedito verso il lager-spiega l’Assessore Giovanni Pattanaro-Inoltre, grazie all’alpino Bruno Boriero, l’appassionato di storia del nostro Gruppo, abbiamo ricordato i deportati piovenesi”.

Centinaia di nomi a formare un elenco lungo. 204 gli ex prigionieri di guerra catturati e finiti nei campi di internamento, 6 gli internati caduti nei campi russi e 11 gli I.M.I. (internati militari italiani) morti nei lager del Terzo Reich. “Che vorrei ricordare-continua Pattanaro- Augusto Antonello, Francesco e Giuseppe Bertoldo, Valentino Dacarinti, Remigio Rosa e Giobatta Vitella che trovarono la loro morte nei campi di internamento russi-continua- Luigi Barbieri, Francesco Bertezzolo, Teresio Chioccarello, Guerino Dal Prà, Ferdinando Favero, Antonio Staffoni, Luigi Toniolo, Giuseppe Zironda, Girolamo Ghirardello, Giuseppe Panozzo e Giacomo Pozzer che non trovarono scampo dall’orrore dei lager nazisti”.

dai lager, così raccontano i deportati sopravvissuti 

“Domenica 12 settembre 1943, disarmati e fatti prigionieri”. Inizia così  il diario di Pietro Bergamin, alpino della Brigata Divisione Julia, catturato a Udine e mandato a Thorn, in Polonia. Una piccola agenda che narra la sua prigionia: 2 anni nello Stalag XXA e con matricola 39821 con cui veniva chiamato per andare al lavoro: o per i tedeschi, oppure ‘ceduto’ come manovalanza a qualche ‘padrone’ della zona.   “Il diario lo abbiamo ritrovato in casa quando papà è morto nel ‘77-spiega Paolo Bergamin, il maggiore dei figli-Queste sono le sue uniche memorie perché una volta libero, e tornato a casa, non ne ha mai fatto parola. Assieme al diario abbiamo trovato anche altri oggetti che papà Pietro aveva riportato dal lager: un ‘lilliput’, piccolo vocabolario italiano-tedesco, una scatola con pochi cerini, un cucchiaio in latta sul quale aveva inciso le sue iniziali e il passaporto tedesco che i nazisti gli avevano consegnato una volta arrivato a Thorn: da quel momento per gli uomini del Terzo Reich smette di essere un uomo ma diventa un numero,  identificabile anche   dall’impronta del suo indice destro”. Oggetti che lo stesso Pietro nel suo diario definisce ‘bottino’, da non separarsi mai ogni qual volta c’è il sentore che possa essere cambiato di baracca: poche, ma fondamentali, cose che oggi Paolo conserva in una scatola “dalla quale mai mi separerò” precisa. Pagine fitte della scrittura dell’alpino Pietro: all’inizio a inchiostro, poi passa alla matita, annotando le giornate fatte di lavoro, attesa di un rancio che quando arriva.. “come il solito era acqua calda. Oltre a tutto oggi c’erano le verze con molto pepe. Come sempre gli ultimi bocconi erano sabbiosi. Alle 13 hanno dato il pane e burro che non riuscii a tenere per più tardi come bisognerebbe. Con questa fame non sono capace di resistere alla tentazione di mangiare tutto subito”.. così scrive Pietro Bergamin il 9 ottobre del ’43. Poi il momento della doccia .. “quasi fredda con asciugamento ad evaporazione. Per mezz’ora abbiamo dovuto rimanere nudi in una stanza lievemente riscaldata finché ci siamo asciugati. Con una stecca ci fecero ungere e spalmare le parti pelose del basso-ventre e delle ascelle con una specie di pomata di odore sgradevole e granulosa. Il corredo andò nei forni per la disinfezione eccetto le scarpe che immergemmo in un recipiente contenente una soluzione disinfettante e la gavetta con tutti quegli oggetti che al caldo si sarebbero deteriorati”.

Una prigionia che a Thorn dura per quindici mesi. Poi i tedeschi, sotto la pressione dell’avanzata russa, cominciano a spostare i deportati. A febbraio del ’45 Bergamin viene portato dalle SS verso la baia di Danzica, a Gotenhafen dove resta fino a quasi la fine di marzo, mentre gli attacchi russi diventano sempre più frequenti. In lui cresce il sogno del rimpatrio. L’1 aprile del ‘45, giorno di Pasqua, riesce a prendere il traghetto: dopo una traversata faticosa,“mare mosso e due attacchi aerei” annota, arriva a Copenaghen. In Danimarca ci resterà fino a estate inoltrata, ospite principalmente di un maestro e accettando ogni lavoro trovasse per mettere via qualche soldo: dalla mietitura al tagliare legna nel bosco. L’alpino Pietro Bergamin fa ritorno a casa, a Piovene Rocchette, il 6 settembre 1945.

“Ho avuto modo di vedere, e leggere, il diario di Bergamin e di questo ringrazio Paolo, il figlio-continua l’Assessore Pattanaro- Testimonianza diretta di come ‘la persona’ rischia di perdere la sua accezione umana: a questo puntavano gli uomini del Terzo Reich. Togliendo loro nome e cognome e dando un numero di matricola, portandoli alla fame, impiccandoli se li trovavano a rubare una patata. Pagine scioccanti come quelle scritte da un altro deportato piovenese, Pietro Sincovich del 4° Rgt Genio fatto prigioniero dai tedeschi a Verona il 9 settembre del ’43: caricato su un carro bestiame e mandato nel campo III° di Forst a Brandeburgo”.  Come racconta l’alpino Bruno Boriero, Sincovich inizia il suo diario quando i russi stanno avanzando: “cosa abbia fatto Piero per tutto il ’43 e il ’44 nel campo non si sa di preciso-spiega-si sa che lavorato presso una ditta meccanica, che il suo ‘lagerfhurer’ (capo campo) o titolare dell’impresa era francese. Ebbe la fortuna di conoscere un autista tedesco, il signor Kunning, che col suo camion portava i prigionieri al lavoro: ogni tanto, quando poteva, portava loro qualcosa da mangiare come scorze di patate, qualche rapa e nelle grandi feste dei pezzi di pane” .

Il 17 aprile del ’45, per la prima volta, racconta nel suo diario di una felicità che lo fa rinascere: “alle 14suona l’allarme e tutti siamo andati al rifugio, si sentiva una grande rombo di motori, c’erano decine di carri angloamericani. Versi le 15 cominciò a sparare il cannone e mitragliatrice e durò per più di un’ora, tutto ad un tratto il rumore di carri armati… erano giunti gli americani e hanno fatto saltare il ponte. Ci decidiamo di andare al lager e lungo la strada c’era una colonna americana e ci offrì sigarette e scatolette di carne. Non posso descrivere la gioia che ho provato nel sapermi liberato da questa brutta gentaglia tedesca che ci ha fatto soffrire per 19 mesi. Questo giorno lo ricorderò per tutta la vita”. Il guastatore Pietro Sincovich tornerà a casa, a Piovene Rocchette, il 9 agosto del 1945.

 

I diari dell’alpino Bergamin e del geniere Sincovich non sono le uniche testimonianze di piovenesi finiti nei campi di concentramento. A raccontare la verità dei famigerati lager anche la testimonianza dell’alpino Giuseppe (Moro) Gasparini del 9° Reg. Alpini Divisione Julia. Catturato il 9 settembredel ’43 dai tedeschi, mentre con la sua Compagnia era dislocato a Belgrado, fu deportato prima a Schenebeck, poi nel campo di eliminazione ‘Dora’ di Mittelbau e costretto a lavorare nella catena di montaggio dei missili balistici V2 e delle bombe volanti V1, come lui stesso scrive “ero meccanico per la costruzione delle V1 e V2, il luogo di lavoro era una galleria… i sorveglianti  erano prigionieri provenienti dalle galere, di solito assassini..”. Una testimonianza che Gasparini ha reso molti anni dopo la fine del Conflitto, nel 1997, quando il Governo tedesco inviò al Ministero Del Tesoro italiano un questionario da inoltrare agli I.M.I. Domande, in tutto 33 (dalla richiesta dei dati anagrafici, alle condizioni sanitarie e al vitto nel lager) alle quali Gasparini ha risposto, con sofferenza. “…il vitto consisteva in 1 etto di pane e un piatto di brodaglia al giorno. Eravamo talmente affamati che quando moriva un compagno, anche se sapevamo che aveva una malattia contagiosa, ci precipitavamo a prendere il poco cibo che non era riuscito a mangiare, tanta era la fame…”, scrive. E ancora “…eravamo vestiti con la divisa del lager che consisteva in un paio di pantaloni e una casacca a righe bianche e nere… Non esistevano cure mediche. Chi non poteva lavorare ed era malato era destinato a morire…Il lager era tutto un orrore. Cataste di cadaveri, la cui visione mi ha ossessionato per anni e forni crematorio sempre in funzione ci faceva sentire la morte sempre più vicina”. L’1 aprile viene trasferito a Belsen dove, quattro giorni dopo, viene liberato dagli americani. Il rimpatrio il 22 agostodel ’45: quando l’alpino Gasparini torna a casa, a Piovene Rocchette, pesa 35 kg.

a cura Ufficio Stampa Comune di Piovene Rocchette

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