Il costo totale dei superbonus emergenziali ha raggiunto nel 2025 la cifra monstre di 170 miliardi di euro, di cui 135 da superbonus 110% e bonus facciate 90%. Un impatto finanziario mai visto prima. Cinque anni di delirio, al costo di quasi 30 miliardi all’anno.
Per capire l’ordine di grandezza, basti pensare che la Finanziaria del 2026 è stata di 22-23 miliardi.
Sono questi i dati che emergono dal rapporto annuale su “Le detrazioni fiscali per l’efficienza energetica e l’utilizzo delle fonti rinnovabili di energia” dell’Enea, l’Agenzia Nazionale per l’efficienza energetica.
Concepiti in piena crisi covid allo scopo di incentivare la ripresa economica del paese, la gestione dei superbonus è presto sfuggita di mano ai promotori politici del progetto a causa della massiccia adesione, tant’è che si sono subito succedute ed accavallate una miriade di norme minori, confusione burocratica, e colpi di mano, tese da un lato a contenere l’accesso ai benefici, e dall’altro a limitare le truffe.
Basti pensare che la prima versione del bonus facciata 90% permetteva di cedere il credito sulla base dell’esibizione della sola fattura dei lavori, e senza nessun effettivo controllo. Una norma nata male e finita peggio.

Da un report della Camera dei deputati dello scorso dicembre, le frodi fiscali denunciate nell’aprile 2024 ammontavano già a 15 miliardi di euro. Di queste, 6,3 miliardi di euro le pratiche individuate e scartate prima che si realizzassero le frodi, mentre le truffe portate a termine erano state 8,6 miliardi di euro.
Con il 2025 si arriva però alla resa dei conti: la misura giunge alla sua chiusura definitiva, anche se se ne sentiranno i riflessi ancora per parecchi anni.
I sostenitori della misura pongono sempre l’accento sulla crescita del PIL generata dagli interventi, con relativa espansione dell’indotto ed aumento dell’occupazione. Ma non sono mancati gli effetti negativi, come l’aumento generalizzato dei prezzi per materiali e manodopera, dilatazione dei tempi di consegna e difficoltà di approvvigionamento delle materie prime.
Quello che tuttavia in molti rimproverano al Superbonus è l’aver sottratto risorse a settori certamente più strategici della nostra economia. Considerata infatti l’enormità del costo sostenuto dallo Stato, lo stesso effetto si poteva ottenere indirizzando le risorse verso la ristrutturazione/ricostruzione di edifici pubblici, quali scuole, ospedali, carceri, e strutture simili.
Al contrario, il ricorso indiscriminato e senza filtri alla misura, ha fatto sì che a beneficiarne fossero anche chi poteva accontentarsi del “solito” bonus del 50%. Sono moltissime le case dei centri storici di molte grandi città che hanno beneficiato del superbonus, ed immaginiamo che chi possiede una casa nel centro storico di Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli, o altre città italiane, non abbia bisogno del “nostro” 110% per intervenire e manutenere il proprio immobile.

Addirittura, ben cinque castelli sono stati ristrutturati con i fondi del superbonus.
Ci troviamo così oggi a sostenere l’abnorme costo della misura emergenziale, 170 miliardi di buco, che ha messo e continua a mettere sotto pressione i bilanci dello Stato e acceso i riflettori sull’effettiva sostenibilità di simili incentivi, e che ha impattato in maniera devastante sulla sostenibilità dei conti pubblici, tanto da spingere il governo a ridurre gradualmente non solo il Superbonus, ma anche a rimodulare al ribasso tutti i bonus casa, con il conseguente disagio per chi volesse oggi ristrutturare.
Si chiude così tra luci e ombre la stagione degli incentivi straordinari.
Se da un lato la crescita e la modernizzazione dell’edilizia in parte ci sono state, dall’altro è innegabile che sono costate molto care ai cittadini, che di certo quando pagano le tasse si aspettano una redistribuzione più equa, e non di certo che le risorse vengano destinate a finanziare chi ha già tanto di suo.
Fabrizio Carta

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