Il primo giorno di mercati aperti dall’inizio degli attacchi ha restituito un quadro chiaro: la guerra pesa subito sui listini. In Asia le borse hanno chiuso in rosso, in Europa l’apertura è stata in linea, negativa, mentre Wall Street deve ancora partire. A Tokyo il Nikkei 225 ha lasciato sul terreno l’1,35 per cento, segnale di un nervosismo diffuso. A Milano il FTSE Mib cede poco meno del 2 per cento, un calo simile a quello registrato in Francia e Germania.

A guidare le perdite è soprattutto il settore aereo, colpito dalla chiusura di numerosi aeroporti in Medio Oriente, compreso Dubai, uno degli hub più trafficati al mondo. I titoli di Air France-KLM scivolano di oltre il 7 per cento, quelli di Lufthansa di più del 6: entrambe hanno sospeso temporaneamente i voli nell’area. Male anche le banche, tradizionalmente più esposte al rischio di rallentamento economico.

In controtendenza vanno invece i titoli legati alla difesa e all’energia. Le azioni dei grandi gruppi che producono armamenti guadagnano terreno, come quelle di Leonardo, in crescita di oltre il 3 per cento. Bene anche le società energetiche, spinte dall’impennata dei prezzi di petrolio e gas innescata dal conflitto.

Il fronte più delicato resta però quello dei trasporti marittimi. La guerra in Iran e gli attacchi collegati nel Golfo Persico stanno mettendo sotto pressione una delle arterie fondamentali del commercio globale: lo stretto di Hormuz. Da questo passaggio obbligato transita circa un quinto del petrolio venduto nel mondo. Nel fine settimana l’Iran ha tentato di bloccarlo e almeno tre navi sono state attaccate. Non c’è stato un blocco formale, ma i traffici sono crollati ai minimi, con decine di imbarcazioni ferme su entrambi i lati dello stretto.

Il solo rischio di interruzioni ha fatto schizzare le quotazioni dell’energia. Il WTI, riferimento per il mercato statunitense, è salito da 67 a 72 dollari al barile rispetto a venerdì, quasi l’8 per cento in più. Il Brent, benchmark europeo, è cresciuto di circa il 7 per cento, arrivando a 77 dollari. Nelle prime ore di contrattazioni negli Stati Uniti, riaperte già dalla domenica sera, il petrolio aveva toccato anche un +13 per cento, prima di ritracciare leggermente.

Neppure l’annuncio dell’OPEC Plus ha calmato i mercati. Il cartello ha comunicato un aumento della produzione di oltre 206 mila barili al giorno, giudicato però largamente insufficiente rispetto a un’eventuale chiusura di Hormuz, da cui nel 2025 sono transitati circa 13 milioni di barili al giorno, quasi un terzo del petrolio scambiato via mare.

La situazione è critica anche sul fronte del gas naturale liquefatto. Il Qatar, secondo esportatore mondiale di GNL dopo gli Stati Uniti, fornisce circa un quinto del totale globale. Le esportazioni si sono fermate nel fine settimana e, non esistendo alternative al trasporto via nave, il mercato ha reagito subito: il prezzo del gas è già salito del 23 per cento, fino a 39 euro al megawattora.

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