Il Comitato Madri Unite contro la violenza Istituzionale, che rappresenta alcune delle donne le cui storie sono state riconosciute come casi esemplari di vittimizzazione secondaria nella Relazione della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul femminicidio della precedente legislatura (relazione XXII bis n. 10 del 20 aprile 2022), ‘denuncia il collasso del sistema di tutela e la sistematica persecuzione giudiziaria delle madri protettive e dei loro figli minorenni’. Così in un comunicato stampa il Comitato che invia al ministro della Giustizia un accorato appello e una missiva ufficiale, anche alla luce delle iniziative assunte per i bambini della famiglia nel bosco, perchè eserciti i poteri ispettivi su casi che ancora oggi sono una manifestazione persistenza di vittimizzazione secondaria. ‘Il Comitato denuncia come l’attuale applicazione della legge 54/2006 sull’affido condiviso sia la radice delle storture odierne. Chiediamo una revisione urgente della Legge 54/2006,’ dichiarano le madri. ‘La bigenitorialità è stata trasformata da un presunto diritto del minore in un dogma obbligatorio applicato sempre e comunque a discapito dei bisogni e della tutela psicofisica dei bambini. Questo automatismo neutralizza la protezione di madri e figli, calpesta i diritti dei minori giustificando la loro permanenza in situazioni di rischio e alimentando continui ricorsi strumentali delle nostre controparti, spesso chiedendo che i nostri figli siano collocati nelle comunità per essere resettati e poi affidati a loro contro il volere dei bambini’.
Scrivono le madri che ‘il mancato raggiungimento della definitività dei giudizi civili, causato da un continuo rimpallo tra Cassazione e Corti d’Appello, che impedisce il raggiungimento di una sentenza definitiva, configura oltre che una vittimizzazione secondaria, una palese violazione della ragionevole durata del processo (Legge Pinto e Art. 111 della Costituzione). Siamo prigioniere per anni di una perenne incertezza giuridica che vìola il principio della ragionevole durata del processo e quanto sancito dalla Costituzione rispetto al giusto processo’, dichiara il Comitato. ‘Il sistema permette che continui ricorsi strumentali e pretestuosi blocchino i procedimenti per anni, lasciando minori e madri in un limbo che produce traumi irreparabili.’ Questo stallo deliberato si traduce anche in una feroce violenza economica: ‘Siamo continuamente trascinate in procedimenti che durano decenni- denunciano- costrette a spese legali e peritali insostenibili per rispondere a tali ricorsi pretestuosi e difenderci da accuse false ed infamanti. Siamo falcidiate di querele strumentali atte a sfiancarci sotto ogni punto di vista, morale ed economico. È una strutturata strategia di logoramento che mira a toglierci ogni risorsa per difendere noi stesse e i nostri figli’. ‘A fronte della sistematica archiviazione delle denunce di violenza – pratica già costata all’Italia pesanti condanne dalla Corte EDU (sentenze Talpis, Landi, J.L.) – viene di conseguenza attivato il braccio penale contro le madri, tacciate di essere ostative e poco collaboranti, alienanti. Molte madri dei 36 casi esemplari sono oggi indagate/imputate (o lo sono state) a titolo esemplificativo ma non esaustivo per: mancata esecuzione di provvedimenti del giudice (Art. 388 c.p.), sottrazione di minore (Art. 574 c.p.) e finanche per maltrattamenti (Art. 572 c.p.) il tutto per aver adempiuto al dovere di protezione dei figli dinanzi a decisioni ingiuste ed ingiustificate in fatto ed in diritto e il più delle volte revocate dal grado superiore di giudizio e/o già oggetto di varie archiviazioni (è prassi di certi padri presentare decine e decine di querele, spesso dallo stesso contenuto, anche a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, usando in modo strumentale e vessatorio il sistema giudiziario, intasandolo). Tutto ciò accade anche a donne prese in carico dai Centri Antiviolenza (magari su invio da parte dei servizi sociali), oltre al danno la beffa. Diffamazione, usata come una sorta di bavaglio contro chi scoperchia il vaso di Pandora della malagiustizia descritta nella Relazione Parlamentare’.
Continua il Comitato Madri contro la violenza istituzionale: “Molte di noi sono finite nel mirino della giustizia penale, denunciate per diffamazione (Art 595 c.p.) per aver scoperchiato il vaso di Pandora della vittimizzazione secondaria e per aver denunciato pubblicamente i malfunzionamenti del sistema giudiziario, gli stessi documentati dalla Commissione d’Inchiesta sul femminicidio’ dichiarano le madri. ‘Mentre chi ha agito su di noi e i nostri figli la vittimizzazione secondaria è rimasto totalmente impunito, noi veniamo continuamente denunciate e perfino processate per aver chiesto aiuto allo Stato nonché condannate a spese processuali esorbitanti. Non siamo dinanzi ad uno sporadico caso di errore giudiziario (comunque non riparato) ma ad una vera e propria sistematica persecuzione istituzionale contro le madri cosiddette coraggio. Stessa sorte rispetto alle querele bavaglio è toccata, per inciso, ad alcune giornaliste che hanno osato scrivere dei nostri casi. L’insubordinazione alla Riforma Cartabia e alla Cassazione Il Comitato, infine, denuncia il disprezzo sistematico nei loro casi della Riforma Cartabia che, per quanto criticabile per molti aspetti, tuttavia impone al giudice di procedere all’ascolto diretto del minore in ogni procedimento che lo riguardi, con particolare rigore nei casi in cui siano presenti allegazioni di violenza che devono essere vagliate (cosa che oggi molto spesso non avviene), al fine di scongiurare decisioni basate esclusivamente su consulenze tecniche che non tengano conto del vissuto e della volontà del minore stesso e/o che si basino su teorie pseudoscientifiche. Questa prassi avviene anche in totale spregio di oltre dieci anni di giurisprudenza della Suprema Corte: Cass. Civ. 7041/2013, 12957/2018, 13274/2019, 1474/2021, 13217/2021 e la storica 9691/2022, che hanno definito i prelievi coatti dei minori pratiche contrarie allo Stato di diritto e si sono espresse chiaramente contro l’uso di teorie ascientifiche (PAS, alienazione parentale, madre ostativa, simbiotica, malevola, poco collaborante, ecc) per eliminare di fatto la figura materna dalla vita dei figli’. ‘Non siamo più disposte a essere ‘casi studio’ per Commissioni Parlamentari mentre nei Tribunali veniamo ancora e senza soluzione di continuità perseguitate come criminali per aver solo protetto i nostri figli e in spregio a fatti e prove documentali’, conclude il Comitato. ‘Chiediamo al Ministro della Giustizia un intervento ispettivo immediato, come predisposto per altri recenti casi di violenza istituzionale balzati alla cronaca, e l’attivazione dei suoi poteri ispettivi per verificare la corretta (o meno) applicazione dei principi stabiliti dalla giurisprudenza di legittimità, degli obblighi della Convenzione di Istanbul (Art 31) e delle nuove norme della Riforma Cartabia in merito alla considerazione delle allegazioni di violenza e all’ascolto del minore e la eventuale sussistenza o meno di gravi e reiterate irregolarità nella gestione/trattazione dei procedimenti. Chiediamo alla Commissione bicamerale sul femminicidio, per quanto di competenza e nelle sue facoltà (Art 82 della Costituzione), di avviare una ulteriore indagine di aggiornamento circa lo stato di monitoraggio dei casi analizzati nella Relazione del 20 aprile 2022, indicando se siano state rilevate evoluzioni positive ovvero se persistano le criticità allora evidenziate o ne siano sorte di nuove; di valutare l’opportunità di acquisire nuovamente direttamente, nell’esercizio dei propri poteri istituzionali, i fascicoli relativi ai procedimenti oggetto della citata Relazione e/o di quelli successivamente instauratisi, al fine di verificarne l’evoluzione rispetto alla precedente acquisizione/analisi e consentire un esame indipendente delle situazioni segnalate’.
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