Caldo e meno neve rendono la vita dura a molte stazioni sciistiche eppure, ha documentato pochi giorni fa Legambiente, il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il “sistema neve”, lasciando solo “briciole” a riconversione dei vecchi impianti e destagionalizzazione del turismo. Intanto, su Alpi e Appennini sono aumentati e saliti a quota 273 gli impianti sciistici dimessi e a 247 alberghi, residence, strutture turistiche e ricettive, complessi militari o produttivi dismessi o sottoutilizzati. E’ il messaggio lanciato dal rapporto “Nevediversa” di Legambiente che non è sfuggito agli esercenti degli impianti a fune.

“GLI IMPIANTI NON SONO SOLO UN COSTO PUBBLICO E UN DANNO ALL’AMBIENTE”
L’Anef (associata a Confindustria) però non condivide una “lettura del turismo invernale che tende a rappresentare gli impianti di risalita quasi esclusivamente come un problema ambientale e come un costo pubblico. È una narrazione che rischia di risultare fortemente parziale, perché trascura un elemento fondamentale: nelle aree alpine e prealpine il turismo legato alla neve non è soltanto un’attività sportiva, ma una vera infrastruttura economica territoriale”, dice Massimo Fossati, vicepresidente Anef. Proprio alla vigilia della pubblicazione di “Nevediversa”, l’Anef aveva reso noto uno studio che dimostrava come un euro speso per usare un impianto di risalita ne produce cinque di spesa ‘turistica’ e otto come “giro d’affari locale stimolato”. Per Legambiente bisogna mettere in campo azioni di adattamento ai cambiamenti climatici, ripensare il turismo montano invernale e coinvolgere e ascoltare le comunità locali. Anef però segnala che “‘Nevediversa’ continua a raccontare solo metà della realtà della montagna”.
UN FATTURATO DA 1,3 MILIARDI ALL’ANNO
Gli impianti di risalita, specifica Fossati, “non producono valore solo attraverso la vendita degli skipass”.
Attorno allo sci “ruota un’intera filiera economica che coinvolge alberghi, rifugi, ristoranti, scuole sci, noleggi, trasporti locali, commercio e servizi turistici”. Per l’appunto, conferma il vicepresidente di Anef, “ogni euro speso direttamente nello sci genera una ricaduta molto più ampia sull’economia del territorio” e “guardare solo al bilancio delle società funiviarie senza considerare l’intera economia generata dal turismo invernale significa osservare solo una parte del fenomeno”. In Italia il comparto funiviario genera circa 1,3 miliardi di euro di fatturato diretto ogni anno, con una ricaduta economica che supera i sette miliardi considerando l’indotto turistico. “Questi numeri spiegano perché il turismo invernale rappresenti una delle principali leve economiche per molte aree montane”, avvisa Fossati.
Ciò detto, continua, “c’è un aspetto che raramente compare nei rapporti di Legambiente: il ruolo sociale degli impianti di risalita. In molte vallate alpine e prealpine lo sci rappresenta uno dei principali motori economici locali. Attorno alla stagione invernale ruotano migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti e un tessuto di imprese turistiche che consente a molte comunità montane di mantenere servizi, occupazione e popolazione residente. Senza questa economia, molte aree montane rischierebbero un rapido impoverimento economico e un ulteriore spopolamento“. Dunque “Nevediversa” ha un “limite metodologico”: conta “solo il numero degli impianti, la dimensione delle aree sciabili, gli investimenti pubblici deliberati, ma non affronta con la stessa precisione il valore sociale ed economico complessivo generato dal turismo invernale. In altre parole, non si misura il valore prodotto. Questo approccio finisce inevitabilmente per costruire una narrazione selettiva, che non restituisce la complessità reale delle economie di montagna”.
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