Nel 1871, dieci anni dopo l’Unità d’Italia, quasi la metà dei lombardi non sapeva leggere né scrivere. Il Piemonte era poco più avanti, ma non di molto. Al Sud, sì, l’analfabetismo sfiorava il 90%. Eppure allora la differenza non era ancora un abisso. Era una pendenza: ripida, ma non incolmabile.
Il primo censimento nazionale racconta un Paese che cominciava da zero, quasi ovunque. In Lombardia il 45% non sapeva leggere; in Basilicata l’88%. Tutti indietro, in gradi diversi.
Milano, la futura “capitale morale” del Paese, contava il 17% di adulti analfabeti, e nella sua provincia si saliva al 40%. Altro che élite europea dell’istruzione.
Poi arrivarono le fabbriche, le ferrovie, l’urbanizzazione. E con loro la scuola. Dove c’erano città e industrie, cominciarono a comparire anche insegnanti e alunni.
Il Nord scoprì che l’alfabeto poteva servire per lavorare, non solo per pregare. Il processo fu circolare e autoalimentato: più scuole → più operai alfabetizzati → più industria → più risorse per le scuole. Un circolo virtuoso che in meno di mezzo secolo cambiò la geografia culturale del Paese.
Nel Sud, invece, quel meccanismo non partì mai davvero. Le leggi scolastiche esistevano — come la Casati del 1859 e la Daneo-Credaro del 1911 — ma la loro applicazione era lenta, spesso simbolica. Lo Stato unificato investì soprattutto dove c’era già movimento economico. E così la forbice che nel 1871 era di pochi decenni di ritardo divenne, nel giro di cinquant’anni, un fossato difficile da colmare.
Un divario recente, non eterno
Negli anni Venti del Novecento, il Sud era ancora sopra il 50% di analfabetismo. Nel Nord, invece, quelle percentuali si erano più che dimezzate.
Fu in quegli anni — e non nei secoli precedenti — che si costruì la distanza che oggi immaginiamo eterna. Lo dimostrano anche gli studi più recenti. Gli storici economici Guido Alfani, Emanuele Felice e altri ricercatori hanno ricostruito la mappa dell’alfabetizzazione italiana: la differenza tra le regioni non è un lascito medievale, ma una conseguenza diretta dei primi cinquant’anni dell’Italia unita.
Chi si industrializzò, si alfabetizzò. Chi restò agricolo, restò analfabeta.
La data di nascita di un pregiudizio
Oggi tendiamo a pensare al divario tra Nord e Sud come a qualcosa di “naturale”, quasi inscritto nel dna del Paese. Ma non è così. Ha una data di nascita precisa. È figlio dell’Ottocento, delle politiche pubbliche, dell’economia che correva più veloce in un posto che in un altro.
Il Sud non era condannato all’arretratezza. È stato, piuttosto, abbandonato alla lentezza.
Nel 1871 l’Italia era un Paese interamente analfabeta — chi più, chi meno. Nel 1921 quella differenza si era cristallizzata. Il fossato che ancora oggi percepiamo come “storico” fu scavato allora, in mezzo secolo di modernità mal distribuita.
Fonti: dati del Censimento 1871; Nord e Sud (1959), Biblioteca Gino Bianco; Dall’analfabetismo di massa all’istruzione diffusa (ERSAF); The Legacy of Literacy (Regional Studies, 2022).
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