Una storia che grida indignazione, quella di Z.C., 65 anni, rimasta intrappolata in un ingranaggio sanitario che invece di proteggerla l’ha abbandonata. Una vicenda che Il Giornale di Vicenza rivela in esclusiva e che mette a nudo, senza possibilità di attenuanti, la fragilità di un sistema che dovrebbe salvare vite e che invece, in questo caso, ha contribuito a metterla in serio pericolo.

Un sintomo sospetto, la richiesta di un’ecografia al seno da eseguire entro 30 giorni, e poi il nulla. Telefonate, attese, rimpalli, promesse di richiamare mai mantenute. L’ecografia che dovrebbe essere immediata diventa un percorso a ostacoli, un esame che si dissolve nei meandri della burocrazia con una leggerezza che lascia senza parole. Sei mesi per arrivare alla diagnosi, sei mesi in cui un tumore non solo cresce, ma compromette la possibilità di cure tempestive.

Z.C. lo dice con una lucidità dolorosa a Rubina Tognazzi, la giornalista che si è occupata del caso: «Se fosse stato preso in tempo, forse sarebbe stato diverso». Una frase che pesa come una condanna su un sistema che non ha voluto ascoltare né lei né il suo corpo, che aveva lanciato segnali chiarissimi. Dal 18 settembre, giorno in cui contatta l’ospedale di Santorso con una prescrizione che indica 30 giorni, la risposta è sempre la stessa: non c’è posto, verrà richiamata. Un ritornello che suona come una beffa, mentre il tempo, in oncologia, non è un dettaglio: è tutto.

Il 5 dicembre, esasperata, la donna si rivolge al privato. Anche lì il quadro appare rassicurante, ma lei no: lei non si sente rassicurata, continua a percepire che qualcosa non va. Torna dal medico, ottiene un’impegnativa urgente, e solo a marzo arriva la verità che temeva. Una diagnosi grave, tardiva, e soprattutto evitabile.

Di fronte a un caso del genere, ci si aspetterebbe almeno un’assunzione di responsabilità. Invece l’Ulss 7 Pedemontana, nella sua replica, sposta l’attenzione sul modulo del medico di base: «Nell’impegnativa non c’era un codice di priorità», spiegano, come se una parola sbagliata potesse giustificare mesi di rimbalzi, come se un sistema sanitario non dovesse essere capace di accendere un allarme davanti a una paziente che riferisce un nodulo al seno.

È proprio qui che si rivela la falla più grave e come riporta Il Giornale di Vicenza,  un semplice “controllo”, scritto forse con superficialità o disattenzione, è bastato per declassare un problema urgente a una prestazione qualunque. E il sistema, invece di chiedersi se quella parola corrispondesse davvero a una situazione clinica non sospetta, l’ha presa alla lettera, spegnendo ogni priorità. Un automatismo burocratico che ha trasformato una diagnosi precoce in un’occasione persa.

Quella riportata dal Gdvi,  non è solo una storia di ritardi. È la storia di una donna tradita da un percorso di cura che avrebbe dovuto sostenerla e che invece l’ha lasciata sola a insistere, a bussare, a chiedere ciò che le spettava di diritto: essere presa sul serio. Ed è la storia di un sistema che deve interrogarsi, con urgenza, su come sia possibile che un tumore al seno venga lasciato scorrere per mesi semplicemente perché una parola su un modulo non era quella giusta.

Z.C.  si è rivolta al più importante giornale della provincia e chiede che nessuno debba passare ciò che ha passato lei. E questa volta nessuna circolare, nessuna precisazione, nessuna giustificazione burocratica può cancellare la domanda più grande: come può accadere una cosa del genere nel 2026?

Una domanda che pesa su tutti. Una domanda che pretende risposte. Una domanda che, dopo questa denuncia pubblicata in esclusiva da Il Giornale di Vicenza, non può più essere ignorata.

di Redazione AltovicentinOnline

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su:
Stampa questa notizia