La fretta di reagire, invece che capire.

C’è una scena che si ripete ogni giorno sui social: sotto un articolo lungo, argomentato, pieno di dati, compaiono i primi commenti dopo pochi secondi. E sono commenti che tradiscono, in modo imbarazzante, una cosa sola: chi scrive non ha letto.

“Ma quando iniziano i lavori?” scritto sotto un pezzo che apre con “Sono iniziati ieri i lavori…”.
“E quanto costa?” sotto un articolo che dedica un intero paragrafo all’investimento.
“E poi dicono che non fanno niente per lo sport” sotto un comunicato che elenca in dettaglio anni di interventi.

Non è solo un fenomeno fastidioso per giornalisti e amministrazioni: è un sintomo di qualcosa che riguarda tutti noi, il nostro modo di informarci e di stare nello spazio pubblico.

La fretta di reagire, invece che capire

Sui social non siamo invitati a leggere: siamo invitati a reagire. Il pulsante “commenta” è sempre lì, visibile, a portata di clic, molto più del testo stesso.

Succede così che: si legge solo il titolo, magari nemmeno fino in fondo; ci si ferma alle prime due righe del post che accompagna il link; oppure, peggio, si commenta solo guardando l’immagine in anteprima.

Il risultato è una valanga di domande a cui l’articolo ha già risposto, di obiezioni smentite due paragrafi più sotto, di indignazioni fondate su informazioni incomplete o sbagliate.

Perchè accade?

Ci sono almeno tre dinamiche che spiegano questa cattiva abitudine. Sovraccarico di informazioni:  siamo esposti a una quantità di contenuti che nessun essere umano può davvero elaborare. Leggere tutto è impossibile, così ci abituiamo a leggere quasi niente e a riempire i buchi con impressioni e pregiudizi.

Ricerca di conferme, non di fatti: spesso non entriamo in un articolo per imparare qualcosa, ma per trovare una frase che confermi quello che già pensiamo. Se il titolo ci fa intuire che “non è della nostra parte”, lo attacchiamo direttamente, senza concedergli la possibilità di smentirci. Premio all’istinto, non alla riflessione:  i social premiano chi interviene per primo, chi è più tagliente, chi alza di più la voce. Nessuno mette un like a chi scrive: “Ho letto tutto, e mi pare che i dati dicano questo…”. La piattaforma spinge verso la reazione immediata, non verso la lettura paziente.

Certo, c’è anche una responsabilità di chi scrive: testi troppo lunghi, linguaggio burocratico, titoli fuorvianti non aiutano. Un buon giornalismo (o una buona comunicazione istituzionale) dovrebbe essere chiaro, accessibile, onesto. Ma questo non assolve noi lettori. In un’epoca in cui l’accesso all’informazione è più facile che mai, il minimo sindacale è leggere almeno una volta ciò di cui stiamo parlando. Altrimenti, non stiamo partecipando a una discussione pubblica: stiamo semplicemente scaricando impressioni personali sotto un contenuto che non conosciamo.

Forse la vera rivoluzione oggi non è condividere tutto, ma fermarsi un minuto in più

Leggere l’articolo oltre il titolo, verificare se la risposta alla nostra domanda è già dentro il testo, aprire i link istituzionali, che spesso contengono informazioni dettagliate e verificabili, come quelli dei Comuni e delle amministrazioni citate sopra.

Non possiamo cambiare gli algoritmi da un giorno all’altro. Possiamo però cambiare il nostro modo di stare online: prima leggere, poi parlare. È poco spettacolare, fa pochi like, ma è il fondamento di qualsiasi comunità che voglia basarsi sui fatti e non solo sul rumore.

di Redazione AltovicentinOnline

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