Un operaio che si trancia le dita della mano. Un altro incidente sul lavoro, un’altra nota stampa, un altro giorno che scorre. Ormai li leggiamo distrattamente: un titolo, due righe, e si passa oltre. Ma non è normale. Non è “fisiologico” che andare a lavorare significhi mettere in conto di perdere una mano, un arto o la vita. È il segno di un sistema che ha deciso che la produzione viene prima delle persone.

Alla Agco di Breganze, dove si producono mietitrebbie, ieri si è verificato un nuovo grave infortunio: un operaio si è tranciato le dita della mano. Sul posto, sono intervenuti i carabinieri e l’ambulanza del Suem per il trasporto in ospedale. Le condizioni dell’operaio non sono gravi, ma si è sfiorata la tragedia, dice il sindacato che ha puntato un faro d’attenzione sulla ditta, che è stata già teatro di morte.  A intervenire è la Fiom Cgil di Vicenza, che parla senza giri di parole: “L’infortunio mortale accaduto nel 2020 non ha insegnato nulla ad Agco”, sbotta  il segretario generale Morgan Prebianca con l’indignazione di chi vuole smuovere le coscienze e la mentalità dell’opinione pubblica.

“Pur di produrre, si mette in secondo piano la sicurezza”

La denuncia è chiara: da mesi, spiega la Fiom, si segnala all’azienda una carenza di attenzione reale alla sicurezza. L’obiettivo dominante sarebbe uno: correre per spedire le mietitrebbie, comprimendo tutto il resto, a partire dalla formazione. “Pur di produrre si mette in secondo piano la sicurezza delle persone – dichiara Prebianca – si pensa a correre per spedire le mietitrebbia senza prestare attenzione alla formazione, alle procedure di sicurezza.”

Parole pesanti, soprattutto se ricordiamo cosa è successo nell’agosto 2020, quando un lavoratore di un’azienda in appalto perse la vita durante lavorazioni all’interno del capannone Agco.
Un morto sul lavoro dentro quello stesso stabilimento. Eppure, dice la Fiom, “non ha insegnato nulla a questa direzione aziendale”.

Non è il destino: è organizzazione del lavoro

Qui sta il punto che troppo spesso si dimentica: gli infortuni non sono una disgrazia “inevitabile”, come un temporale d’estate. Sono la conseguenza di scelte: di come si organizza il lavoro, di quanta formazione si fa, di quanta pressione si scarica su chi sta in linea, di quanto tempo si dedica alla prevenzione.

La Fiom Cgil insiste sulla necessità di: intensificare la formazione sulla sicurezza, non ridurla a un adempimento formale; applicare i break formativi previsti dal Contratto nazionale, momenti strutturati in cui si parla di sicurezza, si condividono rischi, errori, procedure; discutere di come si lavora dentro l’azienda, di ritmi, carichi, mansioni, ripensare l’organizzazione del lavoro in funzione della tutela della salute, non solo della produttività.

Dire che “capita, è il lavoro”, come qualcuno ancora sostiene, significa accettare una cultura distorta, in cui il sacrificio fisico e il rischio sono quasi un prezzo dovuto per avere uno stipendio. Non è così: il lavoro deve garantire dignità, non mettere a repentaglio l’integrità fisica.

L’assuefazione collettiva: ci indigniamo un giorno e poi basta

Ogni volta che c’è un incidente grave, si ripete lo stesso copione: titoli, dichiarazioni di rito, qualche promessa, un’ondata di indignazione che dura 24 ore. Poi tutto tace, finché non c’è la prossima vittima.

Questa assuefazione sociale è pericolosa quanto l’assenza di misure di sicurezza: fa passare l’idea che “tanto è sempre successo, sempre succederà”. Quando una società si abitua a vedere corpi feriti sul posto di lavoro, smette di pretendere cambiamento. E chi ha il potere di intervenire – aziende e politica – sente meno pressione a farlo.

La responsabilità della politica: meno Spisal, meno controlli

Nel comunicato, la Fiom Cgil di Vicenza non risparmia nemmeno la politica. Prebianca denuncia i tagli agli Spisal, i servizi delle Ulss che si occupano di prevenzione, vigilanza e sicurezza nei luoghi di lavoro: “Noi non smetteremo mai di denunciare i tagli agli Spisal fatti dalla Politica che invece di potenziarli li svuota, la prevenzione e i controlli sono fondamentali. La politica, invece di indignarsi ad ogni infortunio, passi dalle parole ai fatti, stanzi le risorse economiche per potenziare i controlli.”

Meno personale, meno ispezioni, meno presenza nei territori significa, concretamente, meno prevenzione e più rischio. Anche qui non c’è nulla di “fisiologico”: è il frutto di scelte di bilancio e di priorità.

Non è normale rischiare la vita lavorando

Il caso Agco di Breganze è l’ennesimo campanello d’allarme, ma rischia di essere soffocato nel rumore di fondo degli infortuni quotidiani. Eppure da questa storia dovremmo tenere a mente almeno tre verità semplici: non è normale né accettabile rischiare la vita o un arto per lavorare. Gli infortuni non sono fatalità inevitabili, ma il risultato di come è organizzato il lavoro e di quante risorse si investono in sicurezza e controlli. L’indifferenza è una complicità silenziosa: più ci abituiamo, più tutto resta com’è.

Finché un operaio potrà entrare in fabbrica la mattina senza la certezza di uscirne con il corpo integro la sera, non si potrà parlare di progresso, né di economia sana. La vera “normalità” da riconquistare è un’altra: tornare a considerare ogni infortunio come un fatto intollerabile, non come una riga in cronaca da scorrere in silenzio.

di Redazione AltovicentinOnline (foto d’archivio)

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