Finita la pacchia per i furbetti dell’Imu, di quelli che si intestano come ‘prima casa’ l’appartamento al mare o in montagna per pagare meno tasse.  Ad inchiodarli, le bollette troppo basse, quelle da poche decine di euro all’anno, incompatibili con una reale presenza nell’immobile.

La svolta arriva con l’ordinanza n. 5236 del 9 marzo 2026 della Corte di Cassazione, che ha ribadito un principio destinato a pesare nei controlli fiscali: l’esenzione Imu spetta soltanto quando nell’immobile coincidono residenza anagrafica e dimora abituale effettiva. Non conta che quella casa sia stata acquistata come ‘prima casa’, né basta l’intenzione di abitarla in futuro. Serve la prova concreta della presenza stabile del contribuente.

Ma non solo. Con l’ordinanza n. 4498 del 27 febbraio 2026, la Cassazione ha anche chiarito che l’onere della prova ricade sul contribuente. In pratica, se il Comune sospetta una residenza fittizia, sarà il proprietario a dover dimostrare che quell’immobile è realmente la sua abitazione principale.

Ed è qui che entrano in gioco le bollette.A finire sotto la lente sono soprattutto i consumi domestici. Bollette troppo basse, acqua quasi mai utilizzata, gas fermo per mesi: elementi che, secondo molti Comuni, raccontano una verità diversa rispetto a quella dichiarata all’anagrafe.

Il fenomeno riguarda soprattutto coppie con residenze separate, immobili lasciati formalmente vuoti o case dichiarate come prima abitazione senza che vi sia una reale permanenza. Dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 209 del 2022, che ha aperto alla doppia esenzione per coniugi con dimore effettive diverse, i controlli sono diventati ancora più severi. Perché il diritto all’agevolazione resta subordinato a un requisito essenziale: vivere davvero nell’immobile dichiarato. E quando il Comune scopre l’irregolarità, il conto può essere pesante: recupero dell’Imu arretrata, interessi, sanzioni e in alcuni casi contestazioni per false dichiarazioni.

di Redazione AltovicentinOnline

 

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