Non sono disoccupati, perché un impiego non lo cercano. Ma proprio per questo rischiano di restare fuori dal radar del dibattito pubblico, delle statistiche lette in superficie e delle politiche del lavoro. In Italia sono oltre 4,5 milioni gli uomini inattivi tra i 15 e i 64 anni; restringendo lo sguardo agli adulti, il fenomeno riguarda più di 2,4 milioni di persone tra i 25 e i 64 anni. Nel dettaglio, si contano 533.434 uomini inattivi tra i 25 e i 34 anni, 293.341 tra i 35 e i 44, 397.633 tra i 45 e i 54 e oltre 1,2 milioni tra i 55 e i 64. È una delle fotografie più nette emerse da “(Im)perfetti sconosciuti. Uno studio transdisciplinare sugli uomini adulti che (non) lavorano e (non) vogliono lavorare”, ricerca presentata oggi all’Università Cattolica di Milano, nell’aula Pio XI di largo Gemelli, e curata da Laura Zanfrini, ordinaria di Sociologia economica dell’ateneo e direttrice del Centro di ricerca Wwell – Work, Welfare, Enterprise, Lifelong Learning.

“IL TASSO DI INATTIVI UOMINI MAGGIORE IN EUROPA, PRIMATO NON INVIDIABILE”

I numeri dicono che sono inattivi il 17,8% degli uomini tra i 25 e i 34 anni, l’8,2% dei 35-44enni, l’8,9% dei 45-54enni e il 25,3% dei 55-64enni. Un dato che contribuisce al “primato assolutamente non invidiabile” dell’Italia, osserva Zanfrini: il tasso di inattività più alto d’Europa. Il paradosso è che tutto questo accade mentre la disoccupazione scende ai minimi storici e le imprese denunciano difficoltà crescenti nel trovare personale. “In questi giorni è uscito il rapporto Istat che ancora una volta sottolinea il dato assolutamente positivo dei livelli di disoccupazione ai minimi storici”, spiega la docente dal palco, ma resta “questa grande criticità che tradizionalmente l’Italia registra, cioè una scarsa partecipazione al mercato del lavoro”. Una criticità che, aggiunge, “ha a che vedere con la diffusione dell’economia sommersa” e diventa ancora più pesante in un Paese con “tanti anziani”, dove “gli equilibri del mercato del lavoro e dei sistemi di welfare sono messi fortemente sotto pressione dal processo di invecchiamento della popolazione”.

Per Zanfrini, il tema è ormai di sostenibilità: “Noi non potremo permetterci, non dovremmo più permetterci, di avere così tanto potenziale al di fuori del mercato del lavoro”. Lo studio, finanziato dall’Università Cattolica attraverso la linea delle ricerche di interesse di ateneo e realizzato tra il 2023 e il 2025 con circa 30 ricercatrici e ricercatori di diverse discipline, nasce per portare alla luce un gruppo sociale quasi sempre dimenticato. “Da tanti anni avevo desiderio di fare una ricerca su questo tema”, racconta Zanfrini, perché “il lavoro è una dimensione fondativa della società, del legame sociale, ma anche una dimensione costitutiva del benessere delle persone, delle famiglie, dello sviluppo umano integrale”.
A margine dell’evento, la docente chiarisce il punto di partenza: “L’esigenza è nata dalla voglia di portare fuori dall’ombra un gruppo sociale di cui non si parla”. Quando si ragiona sulle criticità del mercato del lavoro, infatti, “normalmente ci si occupa di disoccupazione”, oppure di donne giovani Neet, mentre “i maschi adulti, considerati categoria centrale e vincente, rimangono sempre fuori dai riflettori”. E invece, avverte Zanfrini, l’inattività “intercetta profondamente la questione delle diseguaglianze sociali”: ne è riflesso, ma diventa anche causa di ulteriori fratture “economiche”, nei livelli di soddisfazione, nel benessere individuale e relazionale. Non solo. La docente mette in guardia anche da una lettura troppo semplice del rapporto tra inattività e immigrazione: se si pensa all’immigrazione soprattutto come risposta ai “lavori che noi non vogliamo più fare”, allora “l’interrogativo da porsi è come mai questi lavori noi non li vogliamo più fare”.

Caregiver, inabili, ricchi, sommersi e sfiduciati. Sono così sintetizzabili i cinque profili dell’inattività lavorativa maschile in Italia, oggetto dell’indagine ‘(Im)perfetti sconosciuti. Uno studio transdisciplinare sugli uomini adulti che (non) lavorano e (non) vogliono lavorare’, presentata oggi all’Università Cattolica di Milano, nell’aula Pio XI di largo Gemelli, e curata da Laura Zanfrini, ordinaria di Sociologia economica dell’ateneo e direttrice del Centro di ricerca Wwell – Work, Welfare, Enterprise, Lifelong Learning. Un lavoro che ha impegnato dal 2022 al 2025 una trentina di ricercatori e che unisce analisi statistiche, studio dei media e del cinema, esame dei programmi politici, approfondimenti sul reddito di cittadinanza e sulle misure successive, una survey nazionale su oltre 400 uomini inattivi tra i 30 e i 64 anni e un lavoro qualitativo su uomini adulti che si sono dimessi volontariamente.

Il risultato è un universo molto più mosso della narrazione emersa dopo il Covid, quella del distacco volontario da un lavoro percepito come tossico, invasivo o insoddisfacente. ‘La nostra ricerca dice che questo è solo un pezzetto della realtà: la realtà è molto più complessa’, chiarisce Zanfrini. Anche perché i confini sono ‘porosi’: ‘Non è detto che un inattivo in realtà non lavori, non è detto che un inattivo non cerchi lavoro e se non lo cerca spesso è perché è scoraggiato, non perché in realtà non lo vorrebbe’.Per questo, aggiunge la docente dell’ateneo milanese, l’inattività maschile adulta è ‘un’area di ricerca strategica‘, una lente che consente di guardare meglio anche il lavoro: ‘Chi è fuori dal mercato del lavoro per varie ragioni, per scelta, per necessità o per forza, ci dice probabilmente ancora di più rispetto al mondo del lavoro rispetto a chi è dentro’. Dentro la stessa definizione convivono uomini che possono permettersi di vivere senza lavorare, grazie a rendite o patrimoni; uomini che non lavorano perché si prendono cura di familiari fragili; persone formalmente inattive ma occupate nell’economia sommersa; uomini che sono usciti dal mercato dopo carriere fragili, precarie, sottopagate.

I 5 PROFILI DI UOMINI INATTIVI

Da qui i cinque profili individuati dallo studio. Il primo è quello dei caregiver, il 10,7% del campione: uomini che hanno assunto a tempo pieno un ruolo di cura, tradizionalmente scaricato sulle donne. Zanfrini li definisce ‘protagonisti di una rivoluzione silenziosa’, perché ‘stanno facendo quello che storicamente hanno fatto diverse generazioni di donne: sono uscite dal mercato del lavoro’ per prendersi cura di qualcuno. La loro inattività è scelta, ma non necessariamente voluta: più di 9 su 10 vorrebbero tornare a lavorare appena possibile, la capacità lavorativa dichiarata ha una mediana di 8 su 10, quasi la metà vive con i genitori e 6 su 10 percepiscono un assegno di accompagnamento, che però non sempre basta a garantire una condizione economica adeguata. In questo caso, spiega Zanfrini, ‘l’impegno di cura è al contempo vincolo ma anche risorsa identitaria’: si è inattivi, ma si ha un motivo per legittimare quella condizione anche davanti a se stessi. La prima risposta, per la docente, è ‘prendersi cura di chi si prende cura’, facilitando il rientro nel mercato e aiutando le aziende a ‘riconoscere e valorizzare le competenze e le sensibilità’ apprese nel lavoro familiare.
Il secondo gruppo è quello degli inabili al lavoro, il 12,3%. Non sempre si tratta di persone con una inabilità certificata: più spesso sono uomini segnati da lavori usuranti, percorsi difficili e risorse ridotte. In più di 6 casi su 10 hanno una bassa scolarizzazione, spesso provengono dalle ‘tute blu’, hanno una capacità lavorativa mediana di 5 su 10, in oltre 7 casi su 10 vivono una situazione economica inadeguata e in oltre 4 casi su 10 preoccupante o drammatica. Quasi la metà tende ad autocolpevolizzarsi, ma molti sarebbero disponibili a frequentare corsi di riqualificazione. ‘Questa categoria mette definitivamente in discussione il discrimine tra inabile e abile al lavoro’, osserva Zanfrini, perché in una società in cui le carriere si allungano sarà normale fare i conti con una riduzione progressiva della capacità lavorativa. Per questo, dice, bisogna lavorare su ‘ergonomia’, ripensamento delle mansioni e valorizzazione della capacità residua.

Il terzo profilo è quello degli inattivi per scelta, ancora il 12,3%, la parte più agiata e meno fragile del campione: il 60% è laureato, il 45,1% vive in una condizione economica agiata, il 33,3% adeguata e il 64,7% percepisce interessi e rendite da capitali e patrimoni. ‘Molti di questi non hanno mai lavorato’, sottolinea Zanfrini: ‘Non è che hanno preso le distanze da un lavoro tossico, invasivo, cattivo. Non hanno mai lavorato perché potevano permetterselo’. Sono uomini con elevata istruzione, buona salute, capitale sociale e livelli alti di soddisfazione.
Una condizione che apre interrogativi anche sull’equità fiscale e sul rapporto tra lavoro, rendite e contributo sociale: ‘Ci sarebbe da fare i conti con un sistema fiscale che privilegia le rendite, i redditi da patrimonio e non quelli da lavoro’.
Il quarto gruppo è quello degli stabilmente inattivi, pari al 30,8%: uomini per i quali l’inattività è diventata una condizione lunga, normalizzata, spesso intrecciata al sommerso. Il 55,9% risulta coinvolto nell’economia irregolare e il 17,3% dichiara proventi da attività non del tutto legali. Hanno spesso percorsi scolastici incompiuti e una capacità lavorativa ancora alta, ma in 9 casi su 10 non cercano un ‘lavoro vero’. Sono, spiega Zanfrini, ‘artefici di un equilibrio adattivo e testimoni della normalizzazione dell’inattività’: in molti casi ‘lavorano in nero, lavorano nell’economia sommersa’ e sono arrivati a considerare normale la propria condizione.

ZANFRINI (CATTOLICA): “I DISILLUSI AL 34%, SI SONO ADATTATI TROPPO

È il profilo che mostra con più chiarezza quanto il lavoro irregolare, soprattutto in alcuni territori e contesti sociali, possa trasformare l’inattività da anomalia a equilibrio quotidiano.
Il gruppo più numeroso, però, è anche quello più inquietante: gli sfiduciati, il 33,9% del campione. Zanfrini li definisce ‘vittime della trappola della precarietà’. Non sono rimasti fuori perché non si sono adattati, ma perché ‘si sono adattati troppo’: ‘Hanno accettato condizioni di lavoro sotto standard, contratti precari, salari molto bassi’. Il 40,7% lavora in modo irregolare, il 39,3% non cerca più per scoraggiamento, oltre un terzo accetterebbe qualsiasi stipendio, il 97% ha una situazione economica inadeguata e più del 60% si dichiara insoddisfatto. Eppure molti conservano ancora il ‘sogno del lavoro vero’.
‘Avere un lavoro vero è sempre stato il mio sogno’, riassume Zanfrini citando il senso delle risposte raccolte, anche quando la ricerca ormai si è fermata. È da qui che arriva il messaggio più forte della ricerca: non basta creare posti, se quei posti sono fragili, poveri o senza dignità.
‘Noi non abbiamo bisogno di creare occupazione, ma abbiamo bisogno di creare buona occupazione’, dice l’autrice, ‘occupazione che corrisponda a quei criteri che fanno sì che un lavoro possa essere considerato un lavoro decente e dignitoso’. Le risposte possibili passano dall’emersione del sommerso, ‘una scommessa che fino ad oggi non abbiamo vinto’, ma non si esauriscono nei controlli. Serve una correzione culturale: ‘Ridare veramente dignità al lavoro’, anche quello poco qualificato, umile, quotidiano, dalle pulizie alla logistica fino alla cura. Sono lavori essenziali, spesso sottopagati e poco riconosciuti. Dove il mercato non riesce da solo a garantire salari adeguati, conclude Zanfrini, possono servire interventi di supporto, anche strumenti capaci di sostenere il costo del lavoro ‘a valere sulla fiscalità generale’, soprattutto per i lavoratori essenziali.
L’inattività maschile adulta, così raccontata, smette di essere un dato laterale. Diventa uno specchio del Paese: mostra quanto pesano il cattivo lavoro, il sommerso, le rendite, la cura invisibile, la salute che si consuma e la fiducia che si rompe. E dice che il problema non è solo chi resta fuori dal mercato, ma il tipo di lavoro che il mercato offre a chi dovrebbe rientrarci.

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