L’Italia sta scivolando in una trappola che conosciamo da anni ma che oggi, numeri alla mano, è sempre più difficile fingere di non vedere: forma pochi laureati rispetto al resto d’Europa e, tra quelli che riesce a formare, una quota crescente sceglie di andarsene.
Il quadro che emerge dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat e dalle Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta – dati riportati dal Corriere della Sera – è quello di un Paese che, mentre invecchia e cresce poco, lascia scivolare via proprio il suo capitale umano più prezioso.
Laureati pochi, e sempre più all’estero
Secondo quanto ricordato da Panetta, tra il 2020 e il 2024 oltre 100 mila giovani laureati hanno lasciato l’Italia per trasferirsi all’estero, spinti da prospettive professionali migliori, stipendi più alti e una maggiore valorizzazione delle competenze rispetto a quanto offre il mercato del lavoro nazionale (dati Bankitalia citati dal Corriere della Sera).
Il problema è che questo avviene in un Paese che già parte svantaggiato: come evidenziato dal Rapporto Istat 2026, la quota di trentenni laureati è sì raddoppiata dall’inizio degli anni Duemila, arrivando attorno al 30%, ma resta circa 13 punti sotto la media Ue (dati Eurostat ). In altre parole: non solo formiamo meno laureati degli altri, ma una fetta crescente di questi va a mettere le proprie competenze a disposizione di altri sistemi economici.
Un circolo vizioso tra poche competenze e poca innovazione
La lettura proposta da Panetta, ripresa dal Corriere della Sera, è quella di un circolo vizioso: imprese poco innovative generano poca domanda di lavoro qualificato; la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia gli investimenti in istruzione da parte dei giovani; il risultato è un tessuto produttivo che fa fatica ad adottare nuove tecnologie e modelli organizzativi avanzati, rimanendo indietro rispetto a Paesi come Francia e Germania. L’Istat parla esplicitamente di “erosione di capitale umano ad alta specializzazione”: nel solo 2024 circa 25 mila laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, a fronte di poco più di 4 mila rientri, con un saldo negativo di quasi 21 mila giovani altamente qualificati (Corriere della Sera, su dati Istat). A confermare il clima c’è anche il Barometro del primo impiego di LinkedIn, citato dal Corriere: tra i giovani che prenderebbero in considerazione l’estero, il 48% lo farebbe per stipendi più alti e prospettive economiche migliori, il 33% per qualità della vita e benefit, il 28% per opportunità di carriera più ampie e maggiore stabilità.
Pochi attratti da fuori, molti in fuga dopo il dottorato
Un altro elemento è la crescita dell’immigrazione qualificata: nel 2023, a fronte di una perdita netta di circa 16 mila giovani laureati italiani, il saldo dei giovani stranieri con laurea è stato positivo per oltre 19 mila unità, contribuendo a compensare almeno in parte la fuga di cervelli nazionali (dati Istat citati dal Corriere della Sera).
Ma non basta. Perché se l’Italia riesce ad attirare qualche talento dall’estero, non riesce comunque a trattenere molti di quelli che forma ai livelli più alti. Sempre secondo Istat, richiamato dal Corriere, nel 2025 il 10,4% dei dottori di ricerca che avevano completato tutto il percorso universitario e post-universitario in Italia lavorava già all’estero a 4–6 anni dal conseguimento del titolo.
Gli indicatori Ocse, ricordati nell’analisi del Corriere, mostrano un Paese in ritardo rispetto a Francia e Germania per qualità delle opportunità lavorative, prospettive di carriera, qualità della vita e soprattutto capacità di valorizzare competenze avanzate.
Stipendi: un divario che si è allargato
Sul fronte retributivo, il quadro è ancora più netto. Secondo i dati Istat e Ocse: nel 2012 un giovane laureato tedesco guadagnava in media circa il 30% in più di un coetaneo italiano; nel 2024 il divario è salito all’80%; anche rispetto alla Francia, il vantaggio salariale si è ampliato fino a circa il 30%. I ricercatori italiani emigrati dichiarano non solo mansioni più coerenti con il proprio livello di qualificazione, ma anche stipendi superiori in media di oltre 1.500 euro al mese rispetto a quanto otterrebbero in Italia (dati Istat citati dal Corriere). Più della metà sceglie altri Paesi europei, segno che la concorrenza sui talenti si gioca ormai pienamente all’interno dell’Unione. La fotografia è completata dal dato sulla ricerca e sviluppo (R&S): la quota di lavoro dedicata alla R&S in Italia resta inferiore alla media europea e lontana dai livelli di Germania e Francia, come sottolineato ancora dal Corriere.
Una questione di scelte politiche ed economiche
Nelle sue Considerazioni finali, Panetta ha indicato l’intelligenza artificiale come una possibile leva per rilanciare la produttività, ma ha insistito sulla necessità di aumentare la spesa in istruzione, in particolare universitaria, e di creare condizioni lavorative e salariali più competitive, ricordando che senza capitale umano qualificato qualunque innovazione rischia di rimanere sottoutilizzata (Corriere della Sera, su intervento Bankitalia). Meno laureati della media europea, stipendi nettamente più bassi, percorsi di carriera spesso bloccati, forti squilibri territoriali: messi in fila, i numeri riportati dal Corriere su fonti Istat, Eurostat, Ocse, Bankitalia e LinkedIn dicono che la “fuga dei cervelli” non è più uno slogan giornalistico, ma un dato strutturale. Invertire la rotta significa rendere l’Italia non solo un buon posto dove nascere e studiare, ma anche – e soprattutto – un buon posto dove restare a lavorare.
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