di Federico Piazza
“Un viaggio con Federico Faggin” è un percorso nel pensiero e nell’esperienza di un insigne scienziato, inventore e imprenditore vicentino, che tra gli anni ’60, ’70, ‘80 e ’90 ha rivoluzionato in California l’industria elettronica mondiale, e quindi l’informatica, prima con i microprocessori basati sulla tecnologia MOS con porta di silicio di Intel e Zilog, e poi con i sistemi di interfaccia di Synaptics. Senza Federico Faggin la Silicon Valley era solo una Valley, ha detto di lui Bill Gates, il fondatore di Microsoft.

L’occasione di ascoltarlo a Thiene è stata offerta da Kolver, azienda produttrice di avvitatori industriali, che venerdì sera 19 giugno nell’ambito delle sue iniziative culturali come Società Benefit per le persone, l’ambiente e il territorio ha ospitato l’incontro intitolato “Un viaggio con Federico Faggin: dall’invenzione del microprocessore alla comprensione scientifica della coscienza”.
Il dialogo con il pubblico non è stato solo l’occasione per ripercorrere le principali tappe di una carriera straordinaria nel campo dell’industria hi-tech tra Italia e Stati Uniti d’America e dell’evoluzione della tecnologia dei circuiti integrati. Ma anche, anzi soprattutto, è stato un momento di speculazione intellettuale alta. Tra fisica classica e quantistica (Faggin, nato a Vicenza nel 1941, dopo il diploma da perito industriale all’Istituto Rossi si è laureato in fisica all’Università di Padova nel 1965).

Una riflessione tra filosofia, scienza e “scientismo”, che Faggin aborre e che purtroppo, lui dice, è prevalente nelle università statunitensi e nella comunità degli imprenditori, dei manager e dei ricercatori del settore hi-tech americano (definizione Enciclopedia Treccani: “Lo scientismo è il particolare atteggiamento intellettuale di chi ritiene unico sapere valido quello delle scienze fisiche e sperimentali, e svaluta quindi ogni altra forma di sapere che non accetti i metodi propri di queste scienze”). Un confronto tra ontologia della realtà e linguaggio matematico. Tra teorie della conoscenza deterministiche e olistiche (che Faggin studia da due decenni). Tra etica ed economia. Tra l’America dei decenni scorsi (dove Faggin si trasferì nel 1968, dove ha diretto grandi dipartimenti aziendali e fondato e guidato nuove imprese, e da dove l’anno scorso è definitivamente tornato a vivere a Vicenza) e quella di oggi, dominata da valori materialisti e da logiche di profitto estreme che hanno messo in crisi il ceto medio e portato a differenze abissali tra ricchi e poveri.


Faggin ha toccato anche il tema caldo dell’intelligenza artificiale, oggi al centro di giganteschi investimenti proprio negli Stati Uniti e in rapida diffusione nel mondo. Una tecnologia che porta prospettive di miglioramento della produttività aziendale e di facilitazione di molte attività umane. Ma che solleva timori per la tenuta occupazionale, soprattutto nelle attività impiegatizie e progettuali e nelle professioni intellettuali, e pone sfide riguardanti la gestione di forme di controllo e profilazione dei cittadini-utenti attraverso l’analisi dettagliatissima di grandi moli di dati, la concentrazione del potere economico in poche aziende, l’orientamento di modelli culturali e consumi, la diffusione e il rafforzamento di bias culturali e politici. Uno dei campi di applicazione più rilevante è proprio quello dell’informatica: «Oggi – ha osservato Faggin – con l’intelligenza artificiale un bravo softwarista può fare in un giorno il lavoro che prima faceva in trenta giorni, e quindi può fare in un mese il lavoro di trenta persone. Occorre puntare sulla formazione nell’utilizzo dello strumento non per sostituire gran parte degli addetti ma per abilitare a usarla. Purtroppo negli Stati Uniti, dove nelle aziende l’unico obiettivo del management è massimizzare i profitti, tenderanno a investire sul 5% degli impiegati più bravi, pagati di più, e licenzieranno gli altri. In Europa dobbiamo scegliere un’altra strada».

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