Aveva tutta la copertina adesiva e scoprivi il sesso attraverso i suoi contenuti. Era leggendolo che potevi capire come potesse essere il tuo primo bacio e cosa significava fare petting.
C’era un’edicola all’angolo e un appuntamento fisso settimanale tra riviste patinate e giornali sportivi, spuntava Cioè, piccolo scrigno color pastello che profumava di vaniglia e segreti. Non era solo una rivista: era la cabina telefonica delle confidenze, il diario condiviso di un’adolescenza in spandex e mollettone, quando i poster erano carte d’identità appese ai muri e una cuffietta divisa in due valeva come una promessa.
Cioè parlava piano, ma arrivava dritto. Le copertine, caramelle per gli occhi: cantanti con ciuffi scultorei, attori che sorridevano con denti da réclame, colori saturi come i rossetti a stick. Dentro, la bussola del cuore: rubrichine spigliate, test che facevano ridere e ragionare, oroscopi che sussurravano “coraggio, questa settimana tocca a te”. E poi i consigli sentimentali, con quel tono da sorella maggiore: niente prediche, solo piccole istruzioni per l’uso dei primi batticuori.
Alle medie e nei bar con il flipper, Cioè passava di mano in mano. La pagina più consumata? Quella dei poster: Duran Duran, Spandau, A-ha, Nick Kamen, eros Ramazzotti e poi gli attori delle soap importate, con i nomi imparati come formule magiche. I poster finivano sulle porte delle camerette accanto alle Polaroid, ai biglietti dei Luna Park, alle prime cartoline dalle colonie a Riccione. Una geografia sentimentale fatta di scotch, punes e glitter.
Il linguaggio era semplice, ma non ingenuo. Sapeva stare dalla parte delle ragazze quando “ti piace ma non ti saluta”, quando “mamma dice di rientrare alle otto”, quando la prima pelle lucida sull’avambraccio faceva pensare a chissà quale metamorfosi. In un’Italia che scopriva l’american dream in TV e l’Europa nei juke-box, Cioè traduceva il mondo grande in parole piccole e accessibili: una mediazione dolce tra il desiderio e la realtà.
C’era anche il fai-da-te dei sentimenti: i consigli beauty casalinghi (yogurt e miele come pozioni segrete), le acconciature “da ricreare in tre mosse”, gli sticker da attaccare ovunque a sigillare appartenenze. E poi i test: “Che tipo di bacio sei?”, “Qual è il tuo look da concerto?”, lotterie d’identità che si giocavano con serietà teatrale, perché in quelle crocette si intravedeva il ritratto possibile di sé.
Nell’edicola, il giornalaio sapeva: “È arrivato Cioè”. E sotto il banco, qualche copia in più “da tenere per le amiche”. Nei cortili, si ritagliavano frasi da scambiare come figurine, si copiava l’oroscopo sul diario, si infilava tra le pagine la fogliolina di un profumo provato in profumeria. Il settimanale diventava oggetto transizionale: accompagnava al telefono col filo che si attorcigliava, alle prime dediche sulle musicassette, ai pomeriggi di compiti e radio.
Rileggerlo oggi è rivedere una mappa: segnava coordinate emotive e stilistiche, teneva insieme boy band e matematica, compiti in classe e cuore in subbuglio. Soprattutto, normalizzava l’adolescenza: le incertezze, i “forse”, i “chissà”, rendendoli materia legittima di conversazione. In quelle colonne leggere c’era un’educazione sentimentale pop, spicciola e preziosa, che passava per l’empatia più che per la cattedra.
Forse è per questo che, aprendo una vecchia scatola e trovando un numero stropicciato di Cioè, si sente ancora quel fruscio caldo: il suono di un tempo in cui bastava un test, un poster e un oroscopo per credere che il futuro stesse già bussando alla porta, con un sorriso lucido e un filo di gloss. E in fondo, da qualche parte, quel futuro ci ha trovati lì: tra una pagina piegata a orecchia e un sogno appuntato con una puntina dorata.
N.B.
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