Alla foto di classe avrebbe potuto stare in ultima fila: ciuffo nero , maglietta rock, la reputazione di quello “da tutti 10 o quasi” che fa copiare i compagni e presta sempre gli appunti. Nessuno, in quei corridoi di liceo, avrebbe immaginato che quel ragazzo oggi sarebbe diventato presidente della Regione del Veneto. Eppure la sua maturità, raccontata  sulle pagine del Corriere del Veneto, somiglia più a quella di uno studente “normale” che a quella di un futuro governatore.

Stefani ricorda su il Corriere quei giorni con divertita leggerezza: «Ho preso il massimo, pure la lode, ma non ero secchione. Diciamocelo, non stavo mai a casa». Il calendario dell’esame gli rovina persino i piani sentimentali: il giorno dell’orale doveva andare in gita con la fidanzatina dell’epoca. «Mi hanno spostato la data all’ultimo e lei si è infuriata perché volevo rimandare. Poi ci siamo lasciati», sorride.

Di quella maturità gli è rimasto tutto impresso: «Uscì un tema su Ungaretti, con l’analisi di “A Lucca”, che conoscevano in pochissimi. E c’era un problema di matematica con un integrale per calcolare un volume. Credo che nessuno l’abbia più dimenticata, quella prova». Le notti passate a ripassare con gli amici, la tesina sull’aldilà – dalla Divina commedia all’arte e alla filosofia – e, alla fine, il liberatorio 100 e lode.

Più che i voti, però, il presidente del Veneto rivendica il clima di condivisione: «Erano giorni intensi ma non eravamo mai soli. Anche la paura dell’esame, se la vivi con gli altri, si ridimensiona». Guardando ai maturandi di oggi, Stefani intravede qui la vera differenza: «Forse è proprio questo che manca ai ragazzi: affrontare insieme le prove. A scuola come nella vita».

foto Il Corriere del Veneto

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