Bastava un appuntamento al buio su un’app di incontri per trasformare la vita di persone qualunque in un incubo. Secondo i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile di Schio, due giovani di 19 e 21 anni hanno messo in piedi un meccanismo vile e codardo: attirare uomini tra i 40 e i 64 anni con false promesse e, una volta arrivati sul posto, assaltarli in branco, a volto coperto, derubarli e persino sequestrarli. Non un colpo di testa, ma uno schema ripetuto con cinismo. Oggi quei due sono in carcere, su ordine della Procura di Vicenza; un terzo è indagato in stato di libertà per uno degli episodi.
La sequenza dei fatti inchioda alla realtà una violenza tanto gratuita quanto calcolata.
I fatti dell’orrore
A metà settembre 2025, un 43enne viene aggredito e derubato di portafoglio e cellulare. La refurtiva finirà poco dopo nelle mani dei militari, recuperata in via Romana Rompato. L’uomo riporterà lesioni: cinque giorni di prognosi che non raccontano neppure lontanamente lo shock subito.
Ai primi di novembre 2025, n 40enne è costretto sui sedili posteriori della propria auto, immobilizzato mentre uno dei rapinatori guida fino a un bancomat del centro storico. Lì lo obbligano a prelevare contanti: un’umiliazione feroce, un sopruso che sfrutta paura e isolamento.
Sempre nel novembre 2025, un 64enne veronese rifiuta di consegnare soldi: viene minacciato di morte e pestato fino a perdere i sensi. Gli strappano contanti, tessere bancomat, documenti. Sette giorni di prognosi per le ferite; chi misura, invece, le cicatrici morali?
Non parliamo di improvvisazione. La “svolta” delle indagini arriva dall’incrocio di telecamere cittadine e istituti di credito, ma soprattutto dai telefoni sequestrati durante perquisizioni delegate dalla Procura: chat, messaggi, una pianificazione in tempo reale dell’arrivo delle vittime e dei dettagli delle aggressioni. Freddo, spietato, organizzato. Un’idea miserabile di forza: tre contro uno, con il volto coperto.
Che cosa ci dice questa storia? Che nel buio delle trappole digitali si annida una violenza vecchia, predatoria, che usa la tecnologia come amo per pescare vulnerabilità. Che la comunità non può permettersi di voltarsi dall’altra parte: servono consapevolezza, segnalazioni tempestive, e una rete di protezione per chi cade nel mirino di questi codardi.
Le misure cautelari sono state adottate d’iniziativa dal Reparto procedente e, com’è giusto, vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma i fatti contestati parlano di vittime reali e di un’intera città che ha il diritto , e il dovere, di indignarsi. La giustizia farà il suo corso; intanto, che nessuno si abitui a chiamare “ragazzata” ciò che è violenza premeditata.
di Redazione AltovicentinOnline
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