Prima di rivolgersi a un genitore, un amico o un insegnante, il 51% degli adolescenti italiani si rivolge ad un chatbot di intelligenza artificiale per parlare di come si sente, per esempio solo, ansioso o triste, secondo una nuova ricerca europea condotta da GoStudent. Cresce la preoccupazione tra i genitori per i consigli che i chatbot AI potrebbero dare ai minori ed emerge un consenso quasi unanime sulla necessità di introdurre regole più severe per gli under 16. Tra i ragazzi italiani che ha parlato ad un chatbot delle proprie emozioni, il 56% degli intervistati ha poi messo in pratica nella vita reale il consiglio ricevuto. Tra questi, quasi quattro su dieci (38%) non ne ha parlato con un genitore, un insegnante o un altro adulto di riferimento. Nel frattempo, il 58% dei genitori intervistati dichiara che il proprio figlio non gli ha mai raccontato di essersi rivolto a un chatbot per parlare di emozioni o problemi personali.

Tra gli adolescenti italiani intervistati che hanno ricorso a chatbot AI per parlare delle proprie emozioni, i temi legati alla scuola sono i più discussi. Il 49% afferma che il confronto riguarda i voti, la pressione e il rapporto con gli insegnanti. Il 20% parla di amicizie e relazioni, mentre il 13% dichiara di non aver mai parlato con un chatbot AI di temi personali. Gli adolescenti italiani intervistati indicano diversi motivi per cui scelgono di confidarsi con l’AI. Più di uno su cinque (22%) dichiara che il chatbot non racconta a nessuno quello che gli ha detto. Quasi uno su cinque (18%) non vuole essere giudicato da un genitore o un insegnante, mentre il 13% non vuole farli preoccupare e un altro 13% non vuole mettersi nei guai. Pesano anche i fattori più pratici: il 24% cita la velocità nell’ottenere una risposta e il 29% la disponibilità costante del chatbot come motivi per rivolgersi all’IA. La preoccupazione più diffusa tra i genitori italiani riguarda il rischio che i figli diventino troppo dipendenti dal chatbot (30%), seguita dal timore che smettano di parlare con persone reali (22%) e dal fatto di non sapere quali consigli i figli stiano ricevendo (18%). L’88% dei genitori italiani intervistati sostiene una qualche forma di restrizione sull’uso dei chatbot IA da parte dei minori di 16 anni. Il 49% ritiene che dovrebbero poterli usare solo con il consenso dei genitori e il 39% li vorrebbe vietare del tutto.

La dottoressa Elena Bolzoni, pedagogista e consulente familiare, dichiara: “I ragazzi sono naturalmente attratti dall’IA perché è immediata, disponibile 24 ore su 24 e non giudica. Tuttavia i bambini sono anche più vulnerabili alla suggestione e alla manipolazione e possono avere difficoltà a riconoscere quando un consiglio è impreciso, distorto o semplicemente inadeguato alla loro situazione personale. La mia preoccupazione più grande non riguarda solo la qualità dei consigli che ricevono, ma il rischio di una dipendenza emotiva dal chatbot invece dello sviluppo di una resilienza costruita attraverso relazioni umane di fiducia. L’IA non dovrebbe mai diventare la principale fonte di supporto emotivo di un bambino. La domanda più importante che questi dati sollevano è perché così tanti ragazzi si sentano più al sicuro confidandosi con la tecnologia piuttosto che con gli adulti che li circondano. Invece di concentrarci solo sulla restrizione dell’IA, dovremmo anche investire nel rafforzare le relazioni in famiglia e a scuola, dando a genitori ed educatori la sicurezza e le competenze per creare ambienti in cui i ragazzi si sentano davvero ascoltati, emotivamente al sicuro e liberi di chiedere aiuto senza paura di essere giudicati”. Per Felix Ohswald, ceo e co-founder di GoStudent, “i nostri dati confermano che i ragazzi usano l’IA per molto più che i compiti di scuola, ma anche per parlare di come si sentono, a volte prima ancora di rivolgersi a un adulto. Come ogni strumento, serve che i ragazzi ne comprendano bene i limiti oltre alle potenzialità. L’IA può essere un supporto utile, ma non deve sostituire il confronto con genitori, insegnanti e altre figure di fiducia. Per questo è importante capire come i ragazzi la stanno usando davvero e aiutarli a valutare con spirito critico le risposte che ricevono”.

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