In oltre 30 anni in Italia le retribuzioni dei dipendenti del settore privato “sono state stagnanti e più diseguali”, con solo un’attenuazione per i redditi medio bassi, grazie alle riforme dell’Irpef.
E’ quanto si legge nella nota dell’Upb, l’ufficio Parlamentare di Bilancio, secondo cui “dal 1990 le retribuzioni lorde sono diminuite in media del 6,6% in termini reali”.
“È cresciuta inoltre la loro dispersione, anche per l’incremento del part-time”, si legge nel rapporto, secondo cui ha pesato “la crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica”. Il sostegno alle retribuzioni basse attuato attraverso lo strumento dell’Irpef “ha ormai dei margini limitati”, e sarebbe “meglio agire con la spesa”.
Il sostegno alle retribuzioni basse attuato attraverso lo strumento dell’Irpef “ha ormai dei margini limitati”, e sarebbe “meglio agire con la spesa”, afferma l’Upb. Nel rapporto si riconosce come l’Irpef abbia “svolto un ruolo crescente nel compensare la dispersione dei redditi lordi da lavoro dipendente, anche se non è possibile stabilire un nesso causale fra dinamiche salariali e riforme non potendo escludere l’ipotesi che la disponibilità di strumenti fiscali di sostegno ai redditi più bassi possa aver influito sugli esiti delle contrattazioni”.
Tuttavia l’attuale modello distributivo presenta dei limiti: “Il rafforzamento della capacità redistributiva è stato ottenuto soprattutto riducendo il prelievo sui redditi bassi e medi e concentrando il carico sui redditi medio-alti, con una maggiore esposizione del sistema agli effetti del drenaggio fiscale e con differenze di trattamento tra lavoratori dipendenti e altre categorie di contribuenti. Tali interventi, pur attenuando la crescente dispersione dei redditi lordi, non affrontano le cause strutturali della stagnazione salariale e della precarizzazione del lavoro”.
E per questo, sottolinea “ulteriori incrementi della redistribuzione richiederebbero interventi complementari, come la revisione dei regimi agevolati, che sottraggono base imponibile al sistema ordinario, l’allargamento della base imponibile attraverso il contrasto all’evasione e politiche strutturali volte a contrastare la stagnazione salariale, eventualmente affiancati da strumenti di sostegno al reddito operanti dal lato della spesa. Queste evidenze suggeriscono che l’attuale modello redistributivo potrebbe aver raggiunto i propri limiti”.
L’Upb segnala poi come la “progressività selettiva su alcune categorie di contribuenti (lavoratori dipendenti) rispetto ad altre (autonomi e pensionati) solleva questioni di equità orizzontale. A parità di reddito complessivo, infatti, il prelievo effettivo differisce sensibilmente in funzione della tipologia di reddito percepito, per effetto sia dei regimi sostitutivi che sottraggono ampie fasce di basi imponibili e contribuenti alla progressività ordinaria, sia degli interventi di sostegno specificamente riservati al lavoro dipendente, che non trovano analoghi nel trattamento delle altre categorie reddituali”.
Inoltre, l’evoluzione della funzione redistributiva dell’Irpef, che si è progressivamente orientata anche al sostegno dei redditi da lavoro più contenuti,” pur avendo svolto un ruolo importante nel contrastare la povertà lavorativa, rappresenta una risposta ex post a fenomeni emersi nel mercato del lavoro, che non affronta le cause strutturali della stagnazione retributiva”.
“Queste considerazioni suggeriscono che il modello redistributivo attuale, fondato su un’imposta fortemente progressiva sul lavoro dipendente, ma con base imponibile relativamente ristretta, e caratterizzato da un’accentuata disparità di trattamento orizzontale tra le diverse tipologie di reddito, potrebbe aver raggiunto i propri limiti”.
Ansa
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