Il tema del fine vita riaccende il confronto politico in Veneto. A contestare con fermezza la legge approvata dal Consiglio regionale è Stefano Valdegamberi, esponente di Futuro Nazionale, che respinge la definizione di «conquista di civiltà» per il suicidio medicalmente assistito e mette in discussione il ruolo che il sistema sanitario pubblico dovrebbe assumere in questo ambito.

«Quando una sconfitta dell’umanità viene celebrata come progresso è triste assistere a questo clima di esultanza», afferma Valdegamberi. Una presa di posizione che si inserisce anche nel confronto aperto dalle parole dell’ex presidente della Regione Luca Zaia, che aveva parlato dell’intervento sul fine vita come di un passaggio di civiltà.

Per Valdegamberi, invece, il progresso dovrebbe essere misurato sulla capacità di una comunità di stare accanto alle persone nei momenti di maggiore fragilità. «Il vero progresso, a mio avviso, si misura dalla capacità di una società di prendersi cura dei propri cittadini quando sono più fragili, non dalla facilità con cui offre loro la possibilità di morire», sostiene.

Il consigliere guarda con preoccupazione anche alla possibile evoluzione della disciplina nel tempo. Il timore è che l’accesso al suicidio medicalmente assistito, nato per rispondere a condizioni particolarmente estreme, possa progressivamente estendersi ad altre situazioni di fragilità.

«Si parte da situazioni presentate come eccezionali ed estreme e, nel tempo, la platea dei destinatari può estendersi a condizioni sempre più diverse e fragili», sostiene Valdegamberi, invitando a guardare con attenzione anche all’esperienza maturata in Canada.

La sua alternativa è un rafforzamento della rete di cura e assistenza. Cure palliative, assistenza domiciliare, riabilitazione, sostegno alle famiglie e investimenti nella ricerca sono, secondo il consigliere, gli strumenti sui quali dovrebbe concentrarsi l’intervento pubblico.

«Una società civile dovrebbe essere quella che non abbandona chi soffre, che investe nella cura, nella salute mentale, nell’assistenza, nella ricerca e nel sostegno alle persone più fragili», afferma.

Nel suo intervento Valdegamberi solleva anche il tema dei costi della sanità e dell’assistenza ai malati gravi. «Quanto costa allo Stato assistere per anni una persona gravemente malata? Quanto costa garantire cure, assistenza domiciliare, strutture adeguate e sostegno alle famiglie?», domanda.

Un interrogativo che porta a una preoccupazione più ampia: secondo Valdegamberi, il valore della vita non può essere condizionato dalle valutazioni economiche legate all’assistenza. «Le scelte sanitarie hanno anche conseguenze sui bilanci pubblici. Proprio per questo dobbiamo pretendere che il valore di una vita non venga mai misurato sulla base del suo costo», sottolinea.

Il consigliere chiude tornando al ruolo dello Stato e ponendo una domanda destinata a riassumere la sua posizione: «Vogliamo davvero che lo Stato dica a una persona malata: “Possiamo curarti e accompagnarti, oppure possiamo aiutarti a morire”?». La sua posizione è netta: «Una società veramente civile non elimina chi soffre: si prende cura di lui».

 

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