Per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il divieto di commercializzazione di alcuni prodotti di origine animale provenienti dalle zone interessate dalla contaminazione da PFAS. Il provvedimento riguarda specifici lotti di muscolo bovino, fegato bovino e fegato suino nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai livelli consentiti.

La decisione arriva al termine di un monitoraggio realizzato dalla Regione insieme all’Istituto Superiore di Sanità, all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, ad Arpa Veneto e alle Aziende Ulss. L’indagine ha preso in esame carne, latte e uova prodotti nelle cosiddette aree rossa e arancione, le più esposte all’inquinamento causato dai Pfas.

I risultati mostrano un quadro nel complesso rassicurante. Su 703 campioni analizzati, 680 sono risultati conformi ai limiti previsti dalla normativa, pari al 97% del totale. Inoltre, rispetto ai controlli effettuati tra il 2016 e il 2017, è stata registrata una riduzione della presenza delle 14 sostanze perfluoroalchiliche oggetto dello studio. Un dato che, secondo la Regione, conferma l’efficacia delle misure adottate negli ultimi anni, come l’installazione dei filtri negli acquedotti e gli interventi per contenere gli effetti della contaminazione riconducibile all’ex stabilimento Miteni.

L’analisi ha coinvolto anche 156 aziende agricole. Di queste, 148 hanno evidenziato valori inferiori ai limiti di legge, mentre in otto aziende sono stati rilevati superamenti per PFOA o PFOS nei tessuti animali analizzati. Si tratta di attività localizzate prevalentemente nelle aree a maggiore esposizione. In questi casi la Regione ha disposto l’immediato blocco della vendita dei prodotti interessati e ha avviato un monitoraggio continuo per verificare il rientro dei valori entro i parametri consentiti.

Tra tutti i campioni esaminati, 18 hanno superato i limiti previsti, mentre in cinque campioni provenienti da tre aziende sono stati rilevati livelli di contaminazione tali da richiedere ulteriori accertamenti per individuare l’origine del problema.

Il provvedimento è stato accolto con favore dalle associazioni che da anni seguono la vicenda PFAS, pur accompagnato dalla richiesta di maggiore trasparenza. Laura Facciolo, referente delle Mamme No PFAS, ha giudicato positivamente il blocco della commercializzazione, ma ha chiesto la pubblicazione dei dati completi, indicando in quali aziende e territori sono stati effettuati i campionamenti e se tra le sostanze ricercate sia stato incluso anche il TFA (acido trifluoroacetico), recentemente classificato dall’Unione Europea come potenzialmente dannoso per lo sviluppo fetale.

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