C’è un ristorante italiano che non vuole arrendersi. Oltre il colonnato dell’Institut français, aveva cento posti a sedere, due giardini e una terrazza con vista sul Congo. Oggi il locale è chiuso, ma l’attività continua con le consegne a domicilio. La storia arriva da Goma, una città alla frontiera con il Ruanda sotto il controllo dei ribelli del Mouvement 23 mars, che si trova ora anche su un’altra linea del fronte: quella di ebola. “In città l’attenzione è alta anche se la situazione è meno difficile che nell’Ituri, più a nord, la regione epicentro dell’epidemia, che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ha già causato oltre mille morti”, spiega al telefono all’agenzia Dire Paolo Cariolato, 35 anni, originario di Isola vicentina. “A Goma ora facciamo solo le consegne a domicilio, usando sempre guanti, lavando le mani con gel idroalcolico ed evitando il più possibile i contanti: la malattia non si diffonde per via aerea ma per contatto fisico”.

Il ristorante si chiama “Il Rasentino” e ha uno spirito giovane, avventuroso e solare, come Paolo e suo fratello Francesco, 37 anni. Si sono sposati con due sorelle congolesi e hanno aperto il loro locale l’8 luglio 2018. “Il nome richiama quel momento speciale dopo pranzo quando nella tazzina del caffè resta un po’ di schiuma e zucchero”, spiegano i ristoratori: “Il ‘rasentin’ è quel momento in cui ci versi la grappa e mandi giù”. Ma con ebola, ora, come si fa? “Rispetto all’epidemia del 2019 la risposta è stata più pronta, sono stati subito ridotti gli spostamenti ed è stato chiuso il confine con il Ruanda”, rispondono Paolo e Francesco. “Il primo segno di speranza è stata la guarigione di alcuni operatori sanitari che erano stati contagiati a Bunia, in una delle aree più colpite dall’epidemia; e la speranza è che passi anche questa“. È già stata dura. “Con l’arrivo dei ribelli tanti ‘expat’ che lavoravano per le organizzazioni non governative straniere e che costituivano gran parte della nostra clientela sono andati via” ricordano Paolo e Francesco. Guardare le foto sul display per credere: “Quando i ribelli sono entrati in città nel gennaio dell’anno scorso non è stato come nel 2012, quando arrivarono quasi passeggiando; questa volta ci sono stati scontri a fuoco”. Paolo ricorda: “Noi ci siamo chiusi nel locale con le nostre mogli e i nostri quattro bambini; una bomba è esplosa a pochi metri, mandando in frantumi la vetrina dei formaggi”. A sfornare, sistemare tavoli e tenere la partita doppia, il minore dei fratelli aveva cominciato dopo aver lavorato per alcuni anni come volontario negli orti e nei bananeti del seminario “Redemptoris Mater” e della Caritas di Goma. “Isola l’ho lasciata a 19 anni” racconta. “Mi aveva invitato un amico italiano che stava in Congo: avrei dovuto aiutarlo per un paio di mesi ma mi sono innamorato della città e ho deciso di restare”. E quando la Caritas ha pensato a come vendere i prodotti delle piantagioni è nata l’idea del ristorante. “Mio fratello lavorava in una trattoria romana che stava traslocando e ho pensato subito a lui” ricorda ancora Paolo: “Mi ha aiutato dall’inizio, è un tuttofare e come me ha due bambini”.

Il progetto della Caritas si è concluso, ma è sopravvissuta una coscienza sociale oltre che imprenditoriale. Con ebola si lavora solo a domicilio, qualche pranzo al giorno. Cucinati sempre e solo con prodotti locali, che siano salse o formaggi. “In passato abbiamo provato qualche novità, ad esempio con il fufu, farina di mais con acqua calda, a cui abbiamo aggiunto brodi e aromi”, raccontano i due isolani: “I nostri piatti forti però restano italiani al cento per cento”. Ricette venete ma non solo, con ricotte, erborinati, caciotte speziate e anche rigatoni all’amatriciana con pasta all’uovo e “lard fumé”, la pancetta del posto. “All’inizio stavamo ai fornelli ma poi abbiamo avuto fino a 15 dipendenti, perlopiù ragazze madri, senza un compagno e nessun altro sostegno”, raccontano Paolo e Francesco: “Sono le più motivate e le più brave, hanno capito che i soldi non si ‘vanno a cercare’, come qui si dice spesso, ma che si guadagna solo lavorando”.

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