Ci sono discussioni che sembrano appartenere a un’altra epoca e che, invece, tornano a occupare le nostre giornate. L’aborto è una di queste. A quasi cinquant’anni dalla legge 194, ci ritroviamo ancora una volta a parlarne come di una questione di appartenenza politica: destra contro sinistra, conservatori contro progressisti, pro-life contro pro-choice.

Ma c’è una domanda che dovremmo farci prima di scegliere da che parte stare: quando abbiamo smesso di vedere le persone dietro le nostre battaglie? Perché l’aborto non è un hashtag, non è uno slogan elettorale, non è una gara a chi possiede la verità morale. È una scelta che, per alcune donne, arriva dentro una situazione di paura, solitudine e dolore. E che nessuno, dall’esterno, può conoscere fino in fondo.

Sui social, invece, sembra tutto terribilmente semplice. “Deve tenerlo”. “È egoista”. “È un assassinio”. Oppure, dall’altra parte, “chi è contrario è retrogrado”. Parole lanciate con leggerezza da persone che spesso non conoscono nulla della vita di chi stanno giudicando.

Proviamo allora a immaginare una donna che ha già un figlio con una grave disabilità. Una madre che magari è sola, che non ha una famiglia alle spalle, che deve lavorare e contemporaneamente occuparsi di un bambino che richiede cure e attenzioni continue. Poi arriva una nuova gravidanza. E arriva anche una diagnosi, o il timore di una possibile patologia. Che cosa farà quella donna?

Non lo sappiamo. E soprattutto, non siamo noi a dover decidere per lei. Possiamo avere convinzioni profonde sull’aborto. Possiamo considerarlo moralmente sbagliato, oppure difendere il diritto all’autodeterminazione. Possiamo discuterne, confrontarci, persino dissentire radicalmente. Ma una cosa è il confronto delle idee. Un’altra è trasformare il dolore degli altri in un tribunale permanente.

La politica dovrebbe occuparsi di qualcosa di molto più concreto: fare in modo che nessuna donna sia costretta a scegliere per disperazione e che nessuna famiglia venga lasciata sola dopo una scelta. Se una donna decide di interrompere una gravidanza, deve poter ricevere assistenza e rispetto. Se decide di portarla avanti, deve poter contare su una società che la sostenga davvero.

E se nasce un bambino con una disabilità, quella famiglia non dovrebbe scoprire che, finite le dichiarazioni di principio, è rimasta completamente sola.

È qui che si misura una società. Non negli slogan, ma nella capacità di esserci quando la vita diventa difficile.

Forse dovremmo smettere di chiederci se l’aborto sia “di destra” o “di sinistra”. Forse dovremmo smettere di trasformare ogni scelta individuale in una battaglia ideologica. E dovremmo ricordarci che dietro ogni storia c’è una persona della quale non conosciamo le paure, le possibilità, le fragilità e le ragioni. Prima di scrivere un commento definitivo sulla vita degli altri, proviamo almeno a fare una cosa che sui social sembra diventata rivoluzionaria: metterci nei loro panni. Perché possiamo pensarla diversamente.

Ma davanti al dolore degli altri, dovrebbe venire prima l’umanità della politica.

N.B.

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