C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui stiamo raccontando la droga. Non perché il fenomeno sia scomparso. Non perché sia diventato meno pericoloso. Non perché le famiglie abbiano smesso di avere paura. Semplicemente, abbiamo smesso di parlarne. La droga è diventata una di quelle emergenze che fanno rumore soltanto quando esplodono davanti ai nostri occhi. Per il resto del tempo scivola ai margini della cronaca, relegata a qualche comunicato delle forze dell’ordine, a un sequestro di stupefacenti, all’arresto di uno spacciatore. Notizie che spesso non interessano. E quando interessano, arrivano perfino le battute. “Per quella quantità hanno arrestato una persona?”” Notizionaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa” “Era solo uno spacciatore.” “Ne prenderanno un altro domani.”

È questa la vera normalizzazione della droga: non soltanto la sua diffusione, ma l’indifferenza con cui abbiamo cominciato a considerarla.

Uno spacciatore non vende caramelle

C’è una retorica, soprattutto sui social, che sembra aver perso completamente il senso della proporzione. Uno spacciatore viene arrestato e qualcuno si diverte a minimizzare. Si ironizza sulla quantità sequestrata, sull’importanza dell’operazione, sul fatto che “tanto domani sarà di nuovo tutto come prima”. Certo che domani potrebbe esserci un altro spacciatore.

Ed è proprio per questo che bisogna continuare ad arrestarli.

Perché chi vende droga non sta semplicemente commercializzando un prodotto illegale. Sta alimentando un mercato che prospera sulla dipendenza, sulla fragilità e sulla vulnerabilità delle persone. E in quel mercato ci sono anche i nostri ragazzi. Ridicolizzare il lavoro di chi sequestra droga e arresta chi la vende significa dimenticare una cosa elementare: quella droga non è un oggetto astratto. È destinata a qualcuno. A un ragazzo.

A una ragazza. A una persona che magari comincia per curiosità e finisce dentro una dipendenza. A qualcuno che potrebbe non riuscire più a uscirne. Naturalmente un arresto non risolve il problema della droga. Nessuno può seriamente sostenerlo. Ma trasformare ogni arresto in una barzelletta è ancora peggio: significa aver smesso di considerare lo spaccio per quello che è, cioè un’attività criminale che alimenta un mercato capace di produrre dipendenza, malattia e morte.

Poi ci sono i morti. Ma spesso non si può dire “droga”

Ed eccoci davanti a un’altra, enorme, contraddizione. Un ragazzo muore improvvisamente.

La prima notizia parla di un “malore”. Non sempre perché i giornalisti vogliano nascondere qualcosa. Spesso perché, semplicemente, non possono ancora affermare che quella morte sia stata provocata da un’overdose. La privacy tutela l’identità di chi consuma alcol e droga, ma questo il lettore medio non lo sa.  È giusto così.

Ma c’è un effetto collaterale che non possiamo ignorare: la parola droga scompare dalla cronaca proprio quando dovrebbe cominciare la discussione sul fenomeno.

La morte diventa un “malore”. L’overdose diventa, almeno inizialmente, una possibilità che non può essere scritta. La sostanza eventualmente accertata arriva soltanto dopo. E così il lettore vede una successione di tragedie apparentemente scollegate, senza riuscire a percepire la dimensione complessiva dell’emergenza.

249 morti non sono una statistica

Eppure i numeri dovrebbero scuoterci. Nel 2025, secondo i dati richiamati dalla Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze, in Italia sono stati registrati 249 decessi per overdose, il 7,8% in più rispetto al 2024. E c’è un dato che dovrebbe far riflettere ancora di più: per la prima volta la cocaina ha superato l’eroina tra le sostanze associate ai decessi.

Non siamo quindi davanti a un problema fermo nel tempo. Il mercato cambia. Cambiano le sostanze. Cambiano i consumatori. Cambiano le modalità di assunzione. E cresce il problema delle sostanze sintetiche, dove la composizione e la potenza possono rendere ancora più imprevedibili gli effetti. Di fronte a tutto questo, il silenzio è una scelta pessima.

Abbiamo paura di parlare della droga?

Sembra quasi di sì. Perché parlare di droga significa parlare di responsabilità, di dipendenze, di famiglie, di adolescenti, di prevenzione, di repressione, di salute pubblica. Significa affrontare una questione sulla quale è molto più facile dividersi che trovare risposte. E allora si preferisce non parlarne. Si preferisce l’ennesimo dibattito effimero.

L’ennesima polemica politica. L’ennesimo titolo che dura un giorno. La droga, invece, non dura un giorno. Resta.Resta nelle scuole e nelle discoteche. Resta nelle chat e nelle nuove modalità di distribuzione. Resta ad attentare i nostri figli.  Resta nelle dipendenze che nessuno vede. E resta soprattutto nelle famiglie che improvvisamente si trovano a fare i conti con un problema che

Il silenzio non protegge nessuno

Forse dovremmo avere il coraggio di dirlo senza giri di parole: la droga è tornata a essere invisibile proprio mentre continua a uccidere. È invisibile quando un sequestro viene considerato una notizia di serie B. È invisibile quando l’arresto di uno spacciatore diventa materiale per una battuta. È invisibile quando una morte sospetta viene raccontata soltanto come “malore” e il contesto della droga, se accertato successivamente, arriva quando ormai l’attenzione pubblica è già altrove. È invisibile quando ci accorgiamo del problema soltanto davanti a una tragedia che conosciamo personalmente. La cronaca non deve spettacolarizzare la morte. Deve rispettare le persone e verificare i fatti. Ma proprio per questo deve anche avere il coraggio di raccontare la realtà quando quella realtà è accertata. Perché non nominare un problema non significa farlo sparire.

Significa soltanto renderlo più difficile da vedere. E mentre noi smettiamo di guardarlo, il mercato della droga continua a fare il suo lavoro. A vendere. A creare dipendenza. A produrre profitto.

E, ogni anno, a contare i suoi morti. Fino al giorno in cui quel morto avrà il volto di qualcuno che conosciamo. E allora, improvvisamente, scopriremo che la droga non era affatto una notizia lontana, da minimizzare e addirittura da essere oggetto di battute fuori luogo da parte dei leoni da tastiera.

N.B.

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