Dopo aver trasformato un anno di scuola in un disco, ora quelle stesse note diventeranno immagini. Il progetto “Icaro” della scuola paritaria Grande Quercia di Thiene entra in una nuova fase: circa 150 alunni, dalla primaria alla secondaria di primo grado, saranno protagonisti del videoclip di “Mano nella mano”, uno degli otto brani del vinile realizzato lo scorso anno. A dirigere il lavoro sarà il regista e sceneggiatore vicentino Corrado Ceron, originario di Nanto, che venerdì 11 settembre ha incontrato a scuola bambini e ragazzi per presentare il progetto e raccontare loro cosa significhi, concretamente, fare cinema.
È il naturale proseguimento di un percorso che aveva portato gli studenti a sperimentare in prima persona tutte le fasi della nascita di un disco: dalla composizione di musica e parole alla parte grafica, dalla sala di registrazione fino al concerto finale. Un progetto ideato dal professor e cantautore Davide Peron, seguito dall’intero corpo docente e fortemente voluto dalla direttrice Silvia Turra, con l’obiettivo di affiancare alla didattica esperienze artistiche e di condivisione. La produzione artistica di “Icaro” era stata affidata a Taketo Gohara. Ora il disco non sarà
soltanto da ascoltare, ma anche da vedere.
Per farlo, la Grande Quercia ha scelto Ceron, autore, tra gli altri, di “Acqua e anice”, con Stefania Sandrelli, Silvia D’Amico e Paolo Rossi, e de “L’invenzione di noi due”, tratto dall’omonimo romanzo di Matteo Bussola, con Lino Guanciale, Silvia D’Amico e Francesco Montanari. Ad affiancarlo nel videoclip saranno l’attrice Eleonora Fontana all’aiuto regia e Filippo Gallina (Filovola) alla scenografia.
Prima del set, però, Ceron ha voluto raccontare ai suoi giovanissimi attori cosa faccia davvero un regista. “Dirige gli attori, ma per me è importante ascoltare tutta la troupe – ha spiegato -. Sarà un lavoro fatto insieme: se mentre giriamo avrete un’idea, ditemela e cercheremo di metterla in pratica”. Perché dietro una scena, ha spiegato il regista vicentino, ci sono sì la macchina da presa e gli attori, ma anche la scelta della musica, dei colori, delle atmosfere e il coordinamento di tante professionalità diverse.
Una professione che Ceron sognava già a sette o otto anni. Tutto cominciò con una
vecchia macchina da presa della zia, che utilizzava pellicole di appena due minuti e non registrava neppure l’audio. “Giravo brevi video con mia sorella, che era la mia attrice”, ha ricordato. Poi arrivarono gli amici, coinvolti nei piccoli film che realizzava in casa, i libri di cinema e una passione mai abbandonata. La famiglia lo sostenne, ponendogli una condizione: prima la laurea, poi il cinema. Ceron si trasferì quindi a Roma, dove studiò e visse per sette anni, prima di tornare nel vicentino e continuare qui il proprio percorso professionale. “Ho sempre voluto fare il regista. Non ho mai avuto un piano B”.
Ai ragazzi ha raccontato anche cosa significhi dirigere interpreti con esperienze molto diverse. Stefania Sandrelli, nonostante oltre cento film alle spalle, sul set di “Acqua e anice” continuava a chiedergli indicazioni precise sul personaggio, sui movimenti e sulla recitazione. «Per lei era come se ogni volta fosse la prima volta che si metteva in gioco», ha raccontato Ceron, ricordandone professionalità e umiltà. Un approccio differente da quello di attrici più giovani come Silvia D’Amico, maggiormente abituate a costruire il proprio personaggio e poi confrontarsi con il regista, che lascia loro più libertà. Per Ceron, quindi, non esiste un unico modo di dirigere, bisogna comprendere chi si ha davanti.
E questa volta davanti ne avrà circa 150. Un numero che lo stesso regista ha definito una sfida. Con i bambini, però, Ceron ha già lavorato nei suoi primi cortometraggi e ne apprezza soprattutto spontaneità e capacità di improvvisare: “Il regista fa un passo indietro e segue la loro indole. I bambini non hanno filtri, portano creatività e ci mettono del loro. Dirigerne 150 sarà un bel banco di prova”.
Il set porterà la Grande Quercia anche fuori Thiene. La location scelta è Cesuna, sull’Altopiano di Asiago, dove le riprese si svolgeranno tra il Parco delle Leggende, con il suo bosco e la radura, e il Teatro Palladio, che fungerà da punto di appoggio per le classi. La data definitiva è ancora in fase di valutazione tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre. Al centro del videoclip ci sarà in particolare l’attuale classe quarta della primaria, già protagonista lo scorso anno del progetto quando frequentava la terza: una ventina di bambini avrà un ruolo centrale nella storia, mentre il resto degli alunni della Grande Quercia sarà comunque coinvolto nelle riprese.
A chiudere l’incontro è stata la preside Silvia Turra, che ha
espresso soddisfazione per il progetto e per il modo in cui Ceron è riuscito a raccontarlo agli studenti: “Una bellissima presentazione. Non è facile riuscire a far immedesimare e coinvolgere ragazzi di questa fascia d’età, quindi siamo molto soddisfatti. Anch’io oggi ho ascoltato per la prima volta la trama del videoclip, perché ho dato carta bianca, ed è bellissima. Il giorno delle riprese faremo scuola su un set cinematografico, in mezzo alla natura, avvolti dal mondo che ci circonda”. Della storia immaginata da Ceron è stato svelato solo il necessario: nel bosco i ragazzi incontreranno una luna caduta sulla Terra e sarà proprio attraverso l’unione e la collaborazione che proveranno a riportarla al suo posto, in cielo. Una trama simbolica che si lega al significato di “Mano nella mano” e allo spirito con cui la Grande Quercia ha costruito l’intero progetto Icaro ovvero fare insieme, condividere e scoprire quanto un obiettivo possa diventare raggiungibile quando ciascuno porta la propria parte.
Ma l’incontro dell’11 settembre è stato anche l’occasione per conoscere l’uomo dietro la macchina da presa e il legame che, nonostante una carriera sviluppata anche lontano da casa, Ceron continua ad avere con il suo territorio d’origine.
Quanto del territorio vicentino porta con lei nel tuo lavoro? Ci sono luoghi, tradizioni o atmosfere che hanno influenzato il suo modo di raccontare attraverso le immagini?
“Tanto, soprattutto in quello che scrivo. I miei primi cortometraggi sono molto legati al territorio e quando scrivo soggetti e sceneggiature tendo ad ambientarli in Veneto o nel basso Vicentino, perché sono le realtà che conosco e nelle quali sono cresciuto. Per me il territorio diventa quasi un altro personaggio, non è soltanto una location, ma racconta anche i personaggi, il loro umore e il loro percorso”.
Essere partito dal vicentino ha rappresentato più un limite o una risorsa nel suo percorso professionale? E quanto conta oggi il luogo dal quale si parte?
“È stato sia un limite che una risorsa. Negli anni ‘80 e ’90 in Veneto si faceva poco cinema, arrivavano troupe da fuori per girare, quindi il territorio accoglieva le produzioni, ma non produceva realmente cinema. Io, poi, sono partito da Nanto, un paese molto piccolo. Oggi, invece, questo stesso territorio può diventare una risorsa, infatti anche le produzioni di Roma stanno riscoprendo la regionalità e il valore di raccontare luoghi specifici. Non è più necessario ambientare una storia a Roma o in una grande città perché possa essere universale; anche un luogo piccolo, lontano dai grandi centri, proprio attraverso la sua particolarità può diventare parte del racconto e parlare a tutti. Il territorio può diventare quasi un personaggio della storia”
La strada, tuttavia, non si costruisce soltanto con la volontà. Ceron parla soprattutto di costanza, insieme a quella dose di fortuna e di tempismo necessaria perché un progetto incontri il produttore giusto. Il suo primo cortometraggio, “Il mio primo schiaffo”, dedicato al tema della violenza sulle donne attraverso lo sguardo dei bambini, fu girato proprio tra Nanto e i Colli Berici, per arrivare poi fino a Venezia e Los Angeles: “Anche se fai un film in casa o nel tuo territorio, le storie possono essere universali”.
Che consiglio darebbe, allora, a un ragazzo o una ragazza che oggi sogna di diventare regista? Da dove dovrebbe cominciare concretamente?
“Prima di tutto, girare. Ma oggi, quando tutti possono fare video, è più difficile fare la differenza. Il primo consiglio è soffermarsi sul pensiero, sul concetto, prima ancora che sull’immagine. Bisogna avere qualcosa da raccontare, un’idea, una storia, un’emozione, un’esperienza. La tecnica si può imparare, anche sbagliando”. E poi studiare, ma non soltanto cinema: “Leggere, andare alle mostre, ascoltare concerti. Il cinema viene definito proprio come la settima arte perché racchiude, unendo e sintetizzando, le altre arti. Il regista deve avere una visione d’insieme, come un direttore d’orchestra”.
E tra poche settimane quella “orchestra” avrà davanti a sé 150 piccoli protagonisti, un bosco, una luna da riportare in cielo e, soprattutto, molte mani da unire.
Laura San Brunone
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