A quanto pare, a Thiene, in Consiglio comunale, non tutti i gessetti sono uguali. Ci sono quelli che lasciano semplicemente una scritta sul pavimento e quelli che, a seconda di chi li impugna, diventano gessetti antifascisti. Ci sono quelli per i quali si invoca il rispetto del decoro pubblico e quelli che, invece, finiscono al centro di una discussione politica, regolamenti alla mano.
Al centro della discussione c’è un episodio che risale al 19 marzo, quando, durante un presidio antifascista, al Monumento ai Caduti furono appese alcune bandiere e sul piazzale antistante comparvero disegni realizzati con gessetti. La mozione presentata da Giulia Scanavin e Federico Mojentale, di Fratelli d’Italia, chiedeva di intervenire sul regolamento, ritenuto lacunoso dai due esponenti di FdI, per garantire maggiore tutela del patrimonio pubblico e individuare una responsabilità anche in capo a chi organizza manifestazioni qualora gli spazi utilizzati debbano poi essere ripristinati. Un tema apparentemente tecnico. Ma in aula, di tecnico, è rimasto ben poco. Una questione che sulla carta avrebbe potuto essere risolta con qualche comma e una discussione amministrativa si è trasformata in un piccolo campionario del lessico politico da consiglio comunale: “codardia”, “Ponzio Pilato”, “avanspettacolo”, fino al “sembra bipolare” rivolto a Scanavin.

Il sindaco parte da un punto fermo: “chi imbratta il patrimonio pubblico è chiamato a rispondere”. Il principio, dunque, non è in discussione, tanto che all’epoca rimase memorabile il suo post su Facebook: “il confronto democratico non lascia dietro di sé tracce di degradi ma semi di civiltà”: Quello che non convince Michelusi è la soluzione proposta da Scanavin e Mojentale: chiamare in causa chi organizza una manifestazione “pubblica” per ciò che l’evento lascia dietro di sé. Ma Scanavin insiste: se la polizia locale non è riuscita a individuare chi materialmente ha realizzato i disegni, sostiene, allora bisogna intervenire sulla responsabilità di chi ha organizzato la manifestazione, aggiungendo come lo stesso comandante Colombara le avrebbe detto di avere le mani legate in tal senso per una “lacuna del regolamento di polizia urbana”, sottolinea sempre Scanavin. Poi arriva l’affondo: “per perbenismo non viene preservato il patrimonio pubblico: questa è codardia, e come Ponzio Pilato ve ne lavate le mani”. Il regolamento, a quel punto, è già diventato una questione politica.
Sulla responsabilità degli organizzatori, per una volta tanta, la minoranza è compatta: l’idea che chi organizza debba anche rispondere di ciò che la manifestazione lascia dietro di sé non resta confinata ai banchi di Fratelli d’Italia. I consiglieri di opposizione Benetti e Busin concordano infatti su un principio: chi organizza una manifestazione deve farsi carico anche del ripristino degli spazi utilizzati. Ma non solo. Busin allarga il ragionamento: il principio dovrebbe valere indipendentemente dal colore politico di chi organizza e se una manifestazione lascia un luogo da ripristinare, chi l’ha organizzata dovrebbe assumersene la responsabilità.

Il nodo: chi deve rispondere? Autorizzazione o responsabilità?
La discussione si incaglia sulla distinzione tra manifestazione autorizzata e responsabilità dell’organizzatore. Perché, di fronte a un corteo o a un evento autorizzato dalla Questura, il Comune, secondo la ricostruzione emersa in aula,rischia di ritrovarsi a guardare dalla finestra, lasciando a carabinieri e polizia il compito di stabilire chi abbia fatto cosa. E se alla fine della manifestazione resta una piazza segnata dai gessetti o qualche bandiera appesa alla meglio sul Monumento ai Caduti, amen: i disegni si cancellano, le bandiere si tolgono e si torna alla normalità. Ma la domanda resta: chi risponde del ripristino? È proprio questo il punto sul quale il confronto si inceppa e gli animi si scaldano. O forse se ne scalda uno più degli altri, quando il sindaco liquida l’intervento di Scanavin con una bordata secca: “fa avanspettacolo”.
Da “uomo di strada” a tante storie “per due gessetti per terra”
Da uomo di strada, come dice di essere, lontano da social e comparsate sui giornali, l’assessore Zavagnin con foga chiede a Scanavin con la faccenda dei gessetti: “anche lei vorrebbe che venissero usati dei gessetti per un’altra occasione: i suoi gessetti sono diversi?” da quelli usati lo scorso 19 marzo ai piedi di quel Monumento che ricorda chi ha dato la vita per la Patria. Mojentale, collega di partito di Scanavin, raccoglie la battuta e la rimanda al mittente: “sì, i nostri gessetti sono diversi”.Non per la composizione chimica, precisa, ma perché, sostiene, vengono utilizzati nel rispetto delle regole e previa autorizzazione. Il punto, secondo il consigliere, è che non si può utilizzare la formula della “pubblica manifestazione” come uno scudo per scaricare ogni responsabilità sulle forze dell’ordine. E così il Consiglio comunale si ritrova a discutere non soltanto di chi debba ripristinare una piazza, ma anche della differenza tra un gessetto e l’altro.

Poi arriva il “bipolare”
A quel punto il confronto scivola decisamente sul personale. Dalle fila della maggioranza il consigliere Vecelli, rivolgendosi a Scanavin, afferma: “sembra bipolare. Mi scusi e se vuole mi denunci”. Una frase che porta lo scontro lontano dal merito della mozione e dentro il terreno delle accuse personali. La questione era nata parlando di regolamenti, responsabilità e decoro, ed è finita in un terreno scivoloso.
“I miei gessetti sono antifascisti”
A prendersi la scena nel finale ci pensa Alaeddine Kaabouri, consigliere di Alleanza Verdi e Sinistra e tra i partecipanti al presidio del 19 marzo. La sua replica è destinata a diventare una delle battute simbolo della serata: “i miei gessetti sono antifascisti, lavabili con l’acqua”. Una frase che, forse più di tutte le altre, fotografa come una questione nata attorno al decoro urbano sia finita dentro il confronto politico. Perché a quel punto non si discute più soltanto di cosa sia stato lasciato sul piazzale. Si discute di chi lo abbia fatto, perché lo abbia fatto e, soprattutto, se la responsabilità debba fermarsi a chi materialmente impugna il gessetto oppure arrivare fino a chi organizza la manifestazione.

Alla fine, la mozione di Scanavin e Mojentale viene bocciata. Ma il voto non cancella una delle questioni emerse durante il dibattito: sulla necessità che gli spazi pubblici vengano ripristinati e che chi organizza un evento, pubblico o comunale che sia, si assuma precise responsabilità, anche nella minoranza c’è chi concorda con i proponenti. E così una vicenda partita da alcune bandiere e da qualche disegno a gessetto è finita per attraversare decoro pubblico, responsabilità degli organizzatori, autorizzazioni, antifascismo, Ponzio Pilato e attacchi personali. Una discussione nella quale i gessetti sono diventati quasi un simbolo: si possono lavare via con l’acqua. Le parole pronunciate in Consiglio, evidentemente, molto meno.
di Redazione AltovicentinOnline
Stampa questa notizia




