La fusione con Agno Chiampo Ambiente viene presentata come scelta di efficienza pubblica. Ma il valore di ViAmbiente poggia su un contenzioso aperto, il nodo degli impianti non è mai stato risolto, Schio resta contraria al potenziamento del termovalorizzatore e i sindaci ACA chiedono di non votare al buio. In consiglio comunale a Thiene approda la discussione, ma l’ordine di scuderia è votare Si. Quanto chi vota conosce veramente la vicenda?
La costruzione di ViAmbiente viene raccontata come il percorso naturale verso il gestore unico pubblico dei rifiuti nel Vicentino. Prima la fusione tra AVA e Soraris, oggi l’incorporazione di Agno Chiampo Ambiente, domani forse Vicenza, Valore Ambiente, Utilya e gli altri pezzi ancora fuori dal perimetro. La narrazione ufficiale è sempre la stessa: più efficienza, più economie di scala, più forza industriale, più controllo pubblico. Ma gli atti raccontano una storia meno comoda. Raccontano di una società incorporante valutata assumendo favorevole l’esito di un contenzioso ancora aperto. Raccontano di sindaci ACA che chiedono prudenza prima del voto. Raccontano di piani costruiti su dati forniti dai management e non verificati autonomamente dall’advisor. Raccontano, soprattutto, di un termovalorizzatore rimasto dentro la società, nonostante fosse proprio quello il nodo politico e industriale della prima fusione.
Questa non è una discussione ideologica tra pubblico e privato. È una questione più concreta: chi decide, chi paga, chi controlla e con quali numeri.
Il peccato originale: gli impianti non scorporati
Il peccato originale resta il mancato scorporo degli impianti. Schio è receduta da Ava proprio perché il termovalorizzatore e gli asset strategici restavano dentro ViAmbiente. Il Comune che ospita l’impianto avrebbe perso il controllo effettivo sulle scelte di sviluppo, gestione e potenziamento degli impianti collocati nel proprio territorio, finendo dentro una governance più larga, più opaca e meno governabile.
Era il punto da affrontare prima di tutto. Invece si è scelto di non affrontarlo.
Il management di Ava/ViAmbiente ha preferito procedere lungo la strada dell’incorporazione progressiva: prima Soraris, oggi ACA, domani gli altri. Una strategia societaria ordinata nella forma, ma discutibile nella sostanza, perché concentra dentro lo stesso contenitore raccolta, smaltimento, termovalorizzatore, discariche, teleriscaldamento, ricavi energetici e futuri investimenti impiantistici. Non è una semplice aggregazione del servizio rifiuti. È una concentrazione di potere industriale, economico e politico.
E i sindaci ex Ava salvo poche eccezioni, hanno accompagnato questa operazione con una leggerezza che oggi diventa difficile difendere. Hanno approvato la fusione iniziale, hanno accettato una governance complicata, patti parasociali rigidi e persino una penale del 10% del valore della quota per chi non rispetta il vincolo di voto. Hanno lasciato gli impianti dentro la società destinata a diventare gestore unico senza pretendere una separazione chiara tra servizio regolato e rischio industriale. Oggi quei nodi tornano tutti. Solo più grandi.
Il termovalorizzatore non è un cespite qualunque
La relazione Villani sulla nuova fusione ViAmbiente-ACA descrive ViAmbiente come società che gestisce un termovalorizzatore, tre impianti di stoccaggio, quaranta centri comunali di raccolta, due discariche per rifiuti urbani e una rete di teleriscaldamento. Precisa inoltre che dal termovalorizzatore derivano energia elettrica e termica e che la vendita di energia elettrica non è sottoposta alla regolamentazione ARERA. Dunque una parte dei risultati della società deriva da attività non regolate.
Questo significa che il termovalorizzatore non è un cespite qualunque. È un asset industriale autonomo, con rischi propri, ricavi propri, autorizzazioni proprie e una capacità evidente di condizionare il piano industriale dell’intera società.
Eppure né nella prima valutazione AVA-Soraris, quando il tema dello scorporo era già sul tavolo, né nella seconda valutazione ViAmbiente-ACA questo nodo sembra essere stato trattato per ciò che è: una variabile strutturale capace di incidere su valore, governance, investimenti, autorizzazioni e flussi di cassa futuri. Questa è la lacuna più grave.
Non si può valutare ViAmbiente come se il termovalorizzatore fosse solo una voce patrimoniale. È il perno economico e politico della società. Condiziona il valore dell’incorporante, il rapporto con Schio, la sostenibilità degli investimenti, il futuro della linea 4 e, alla fine, le tariffe che pagheranno i cittadini.
Schio resta il Comune dell’impianto
La posizione di Schio, peraltro, non è ambigua. L’amministrazione Marigo ha indicato nel programma elettorale l’obiettivo della dismissione della linea 2 dell’inceneritore. L’assessore all’ambiente Alessandro Maculan ha dichiarato pubblicamente che il Comune non avrebbe votato a favore dell’ampliamento dell’impianto. E nella discussione sul piano industriale la frattura è stata chiara: da una parte la nuova linea da circa 80 milioni di euro, dall’altra l’ipotesi di aggiornamento delle linee 2 e 3 per circa 30 milioni.
Anche se ViAmbiente vincesse sul piano societario, il problema industriale resterebbe. La società potrebbe forse sostenere l’illegittimità del recesso o limitarne gli effetti patrimoniali. Ma non potrebbe cancellare il dissenso politico e amministrativo del Comune territorialmente competente.
Schio resta il Comune che ospita l’impianto. Le autorizzazioni per eventuali opere, le compatibilità urbanistiche, le prescrizioni territoriali, le conferenze di servizi, le ricadute ambientali e viabilistiche continueranno a passare da Palazzo Garbin.
E se il piano industriale di ViAmbiente guarda alla nuova linea 4, alla sostituzione delle linee 2 e 3 e a un investimento da 80 milioni, mentre il Comune sede dell’impianto ha espresso una linea diversa, allora il dissenso di Schio non è una variabile esterna. È un rischio interno al piano.
ViAmbiente può anche vincere una causa societaria. Ma non può costruire una linea nuova a Schio facendo finta che Schio non esista.
ACA entra in una società costruita su un’ipotesi
È qui che la fusione con Agno Chiampo Ambiente diventa problematica. Ai Comuni dell’Ovest non viene chiesto soltanto di entrare in un gestore della raccolta. Viene chiesto di entrare in una società il cui valore e il cui piano industriale dipendono da un impianto collocato in un Comune che è uscito dalla compagine proprio per non perdere il controllo su quell’impianto.
La relazione Villani quantifica il valore stand alone di ViAmbiente in circa 87,8 milioni di euro e quello di Agno Chiampo Ambiente in circa 14,8 milioni. Tradotto: ViAmbiente varrebbe l’85,6% della nuova società, ACA il 14,4%. Il rapporto di cambio indicato è di 0,81 azioni ViAmbiente per ogni quota ACA da un euro.
Il numero può anche apparire tecnicamente costruito. Ma il modo in cui nasce impone cautela. La relazione precisa che tutte le informazioni utilizzate sono state fornite dai management delle due società e che su tali informazioni l’advisor non ha condotto verifiche autonome, assumendone correttezza, completezza e coerenza.
Anche qui il problema non è l’advisor. Il problema è il perimetro che gli viene consegnato. Se i dati, i piani e le assunzioni arrivano dai management delle società coinvolte, allora il parere può essere corretto nel metodo, ma non diventa automaticamente garanzia politica per i Consigli comunali chiamati a votare.
Il passaggio più delicato riguarda il recesso di Schio e Torrebelvicino. La stima del valore di ViAmbiente viene elaborata assumendo che quel recesso sia illegittimo. Ma questa assunzione deriva da indicazione del management di ViAmbiente.
In sostanza, il valore dell’incorporante viene calcolato assumendo come favorevole a ViAmbiente l’esito di un contenzioso ancora pendente.
È un punto enorme. Se il recesso fosse riconosciuto legittimo, ViAmbiente dovrebbe liquidare quote importanti e cambierebbe il perimetro economico, patrimoniale e politico su cui oggi viene costruita la fusione con ACA. Cambierebbe anche la lettura del piano industriale, perché la società continuerebbe ad avere il proprio asset principale nel territorio di un Comune non più socio e contrario al potenziamento. Eppure su questa variabile decisiva la valutazione non offre un vero scenario alternativo. Non dice con chiarezza quanto varrebbe ViAmbiente se Schio e Torrebelvicino avessero ragione. Non misura l’impatto sul concambio. Non consegna ai Comuni ACA due ipotesi trasparenti tra cui scegliere. Assume lo scenario favorevole all’incorporante e procede.
È una valutazione che può bastare al management. Non necessariamente ai sindaci.
I sindaci ACA chiedono di non votare al buio
Infatti il 29 giugno una parte maggioritaria dei Comuni soci di Agno Chiampo Ambiente ha messo nero su bianco una posizione semplice: sì al percorso del gestore unico, ma il voto definitivo dei Consigli comunali deve arrivare solo dopo la definizione della questione Schio-Torrebelvicino.
Non è una posizione contro la fusione. È una richiesta minima di responsabilità amministrativa. I sindaci ACA scrivono di non voler assumere responsabilità politica e amministrativa su un presupposto valutativo che lo stesso advisor non assume come propria responsabilità professionale. Tradotto: se il valutatore non può garantire l’esito del contenzioso, perché dovrebbero farlo i Consigli comunali?
Alla nota risultano allegate tredici firme. Montecchio Maggiore, sede di ACA e Comune tra i soci più pesanti, non compare materialmente tra i sottoscrittori per la momentanea assenza del sindaco, ma viene indicato come pienamente allineato alla posizione degli altri sindaci. Il dato politico non cambia: la maggioranza sostanziale dei Comuni ACA non chiede di fermare la fusione. Chiede di non votare al buio.
C’è poi un secondo elemento che indebolisce ulteriormente la narrazione ufficiale: i contenziosi delle due società vengono pesati in modo opposto. Per ViAmbiente si assume che il recesso di Schio e Torrebelvicino sia illegittimo. Dunque lo scenario favorevole all’incorporante.
Per ACA, invece, il contenzioso sulla discarica di Pontesello viene trattato in senso sfavorevole. Agno Chiampo Ambiente sostiene che i costi della gestione post-operativa debbano gravare sui Comuni conferenti e ha già ottenuto una pronuncia favorevole in primo grado. Eppure, ai fini valutativi, si assume che quei procedimenti non abbiano successo e che ACA debba continuare a sostenere quei costi almeno fino al 2036.
Singolarmente, ogni ipotesi può essere spiegata. Insieme, però, producono un effetto chiaro: il valore di ViAmbiente sale, quello di ACA scende.
Chi incorpora viene valutato come se avesse già vinto una causa non ancora decisa. Chi viene incorporato viene valutato come se dovesse perdere una vicenda nella quale ha già ottenuto una pronuncia favorevole.
Non serve urlare allo scandalo. Basta leggere il risultato.
Utilya, il confronto che nessuno vuole fare
A questo punto, il confronto con Utilya diventa inevitabile. Se il fine dichiarato del gestore unico è l’ottimizzazione dei costi, allora il primo confronto dovrebbe essere con il soggetto che oggi mostra costi pro capite più bassi nel Bacino.
Il Bilancio integrato 2024 di Utilya indica una raccolta differenziata dell’86,5% e un costo di 94,28 euro per abitante all’anno. Le comunicazioni sulla fusione ViAmbiente-ACA parlano invece di tariffe inferiori a 120 euro per abitante nel 2026, presentandole come tra le più basse del Veneto.
Ma 120 euro contro 94,28 non è una sfumatura. È una differenza di circa il 27%. Se poi il costo effettivo di ViAmbiente dovesse risultare superiore al dato comunicato, il divario diventerebbe ancora più pesante. Non significa che Utilya sia automaticamente il modello da replicare. Significa però che ignorarla è impossibile. Se un modello costa meno e raggiunge risultati ambientali elevati, deve diventare benchmark. Deve essere studiato, confrontato, misurato. Invece viene trattato come un corpo estraneo da ricondurre nel perimetro del gestore unico, non come una prova da superare. Ed è qui che la retorica dell’efficienza si incrina: se l’obiettivo fosse davvero capire chi funziona meglio, Utilya sarebbe al centro del confronto. Se invece l’obiettivo è portare tutti dentro lo stesso recinto societario, allora il confronto diventa un fastidio.
Ed è proprio questa l’impressione più forte.
Il rischio: una riorganizzazione del potere
Il gestore unico può essere una scelta utile solo se nasce da una comparazione vera tra modelli: in house, gara, società mista. Costi, qualità, investimenti, rischi, tariffe, governance. Tutto in colonna. Tutto leggibile. Tutto verificabile.
Se invece il gestore unico nasce per evitare la gara, assorbire i gestori esistenti, blindare le nomine, concentrare gli impianti e trasformare il controllo pubblico in disciplina politica, allora non siamo davanti a una riorganizzazione del ciclo dei rifiuti. Siamo davanti a una riorganizzazione del potere. La responsabilità politica dei sindaci ex AVA resta pesante. Avevano davanti tutti gli elementi per capire che la prima fusione non risolveva i problemi, li spostava in avanti. Hanno scelto di procedere lo stesso. Hanno approvato patti parasociali che ingabbiano il dissenso. Hanno accettato che il termovalorizzatore restasse dentro una società destinata ad allargarsi. Hanno sottovalutato il recesso di Schio e Torrebelvicino. Ora continuano a raccontare che il percorso è lineare, mentre ogni nuovo documento dimostra il contrario.
Il problema non è che nessuno li avesse avvertiti. Il problema è che hanno scelto di non vedere.
E il conto, se l’operazione dovesse rivelarsi sbagliata, non arriverà al management che ha disegnato la strategia né ai sindaci che l’hanno votata con troppa disinvoltura. Arriverà ai cittadini utenti: nelle tariffe, nella qualità del servizio, negli investimenti caricati sui bilanci e nelle decisioni prese sempre più lontano dai territori.
Il cittadino non ha bisogno di sapere se il camion dei rifiuti appartiene a una società pubblica, mista o scelta con gara. Ha bisogno di sapere quanto paga, che servizio riceve, chi risponde se il servizio peggiora e perché dovrebbe finanziare un impianto da 80 milioni se esiste un’alternativa meno costosa. Tutto il resto è ideologia amministrativa. E l’ideologia, nei servizi pubblici locali, spesso serve a proteggere il potere dalla domanda più semplice.
Funziona davvero meglio? Finché nessuno risponde con numeri verificabili, ViAmbiente non è il gestore unico dei rifiuti. È il gestore unico del potere politico attorno ai rifiuti.
di redazione AltovicentinOnline
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