Care cittadine, cari cittadini, il “Parlamento dei Veneti”, è chiamato a esprimersi su un tema cruciale del nostro tempo e della nostra società: il fine vita. Su Palazzo Ferro Fini saranno puntati gli occhi dell’Italia intera.
Perché ciò che accadrà in Veneto va inevitabilmente oltre i confini regionali: riguarda il rapporto tra libertà individuale e responsabilità delle istituzioni, tra progresso della medicina e limite delle cure, tra diritto, coscienza, dignità e sofferenza.
Avverto, quindi, tutta la solennità di questo passaggio. Il Consiglio regionale non sarà chiamato semplicemente ad approvare o respingere una legge. Sarà chiamato ad affrontare una questione che investe la parte più intima dell’esistenza umana e che, proprio per questo, merita rispetto, misura e profondità. Sono sicuro che ciascuno di noi saprà essere all’altezza di questa responsabilità nell’interesse dei nostri cittadini, anteponendo la libertà di coscienza all’appartenenza politica.
Considero profondamente improprio immaginare che una materia simile possa essere affrontata facendo calcoli di consenso, cercando di intercettare questa o quella sensibilità dell’elettorato o, peggio ancora, trasformando la sofferenza delle persone in uno strumento di posizionamento politico. Ci sono momenti nei quali la politica deve avere la forza di rinunciare alla politica.
Chi è contrario a questa proposta ha pieno diritto di esserlo. Chi è favorevole altrettanto. Chi conserva dubbi deve poterli esprimere senza essere arruolato in alcun fronte. Non dovrebbe esserci spazio per i sospetti reciproci, né per l’idea che chi sostiene una posizione abbia maggiore sensibilità o moralità di chi ne sostiene un’altra. Davanti a una materia tanto complessa, nessuno possiede il monopolio dell’etica.
Ma c’è un punto che considero preliminare e sul quale credo sia necessario fare chiarezza, per rispetto dei cittadini. Il Consiglio regionale del Veneto, martedì, non sarà chiamato a decidere se il suicidio medicalmente assistito debba esistere oppure no in Veneto. Esiste già nel nostro ordinamento nazionale, entro un perimetro estremamente rigoroso, per effetto della sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale, secondo la quale può accedere al fine vita il paziente che presenti contemporaneamente quattro precise condizioni: essere affetto da una patologia irreversibile; provare sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili; dipendere da trattamenti di sostegno vitale; essere pienamente capace di assumere decisioni libere e consapevoli.
Quindi, diciamolo senza ambiguità: se la legge regionale sarà approvata, il Veneto non introdurrà il fine vita. Se non sarà approvata, il Veneto non lo cancellerà. La politica regionale deve decidere invece se assumersi la responsabilità di organizzare procedure chiare, la presa in carico delle richieste, le verifiche e l’assistenza sanitaria necessaria. Possiamo avere il coraggio di disciplinare ciò che compete alla Regione oppure scegliere di non scegliere, mettere la testa sotto la sabbia e lasciare ancora una volta pazienti, famiglie e operatori sanitari nell’incertezza?
Permettetemi ora qualche considerazione più personale. Sono convinto che un confronto di questo livello possa arricchire tutti. Ma non nascondo il mio auspicio: spero che, questa volta, si possa arrivare all’approvazione della legge. Non perché una legge regionale possa modificare il quadro nazionale del fine vita. Non può farlo, come detto. Ma perché può contribuire, nell’ambito delle nostre competenze, a rendere meno incerta e meno solitaria la strada di chi presenta una richiesta già contemplata dall’ordinamento. E può mandare al Paese un segnale importante: esistono materie nelle quali le istituzioni devono avere il coraggio di assumersi una responsabilità senza attendere che sia qualcun altro a farlo. Del resto, questa discussione regionale non sarebbe necessaria se il Parlamento arrivasse finalmente ad approvare con coraggio una legge nazionale.
Dobbiamo dare risposte ai malati che vivono condizioni di sofferenza estrema e che chiedono liberamente di poter decidere come percorrere gli ultimi passi della propria vita. Sono donne e uomini pienamente capaci di decidere, che chiedono alle istituzioni di essere ascoltati. E con loro ci sono famiglie, medici, infermieri, persone che ogni giorno devono misurarsi con il confine di ciò che la medicina può fare.
Le cure palliative sono un patrimonio straordinario della medicina e devono essere garantite, rafforzate e rese accessibili a tutti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che esse esauriscano necessariamente ogni domanda sul fine vita. Esistono persone che pongono una questione diversa, legata alla propria idea di dignità e di autodeterminazione. Basterebbe rivedere l’ultimo videomessaggio della signora Elena, la donna veneziana che dovette recarsi in Svizzera per porre fine alla propria vita, per comprendere quanto lucida, personale e sofferta possa essere una scelta di questo genere.
Responsabilità significa anche questo: non essere ipocriti, non voltarsi dall’altra parte. Perché dall’altra parte ci sono anche i nostri medici, gli operatori sanitari e le famiglie, che si trovano quotidianamente a confrontarsi con decisioni difficilissime, con il limite delle cure, con la sofferenza dei pazienti e con la responsabilità di accompagnarli nella fase terminale della vita.
Penso però – e vorrei che di questo pensiero restasse traccia – che nessuno dovrebbe essere costretto, per effetto della scelta di altri, a vivere una condizione che considera per sé insopportabile quando l’ordinamento gli riconosce, in presenza di precisi requisiti, la possibilità di chiedere diversamente.
Mi auguro quindi che sia un voto libero. Come veneti e come Parlamento dei Veneti abbiamo davanti una grande opportunità: dimostrare che un’istituzione può affrontare uno dei temi più divisivi del nostro tempo senza trasformarlo in una guerra di religione o in uno scontro tra partiti; dare una risposta, per quanto limitata dalle nostre competenze, a pazienti, famiglie e operatori sanitari; mandare un messaggio al Parlamento e all’Italia intera. Sulle grandi questioni della vita e della morte, la politica dev’essere capace di alzare lo sguardo.
Il Presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia
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