Tecnicamente si chiama “flessibilità in uscita”: in termini previdenziali rappresenta, di fatto, la possibilità per il lavoratore di “ritirarsi” prima di raggiungere la pensione di vecchiaia, prima cioè di compiere 67 anni. Anche in Veneto, però, come nel resto d’Italia seppur in forme diverse, l’uscita anticipata dal lavoro (in media attorno ai 61 anni) è una prerogativa sempre meno utilizzata, come dimostrano i dati dell’Inps elaborati dallo Spi-Cgil del Veneto. Partendo dall’anno post pandemia, il 2021, col passare del tempo, il ricorso alla pensione anticipata è “crollato sempre più, fotografando in modo emblematico i grandi cambiamenti che hanno travolto e travolgeranno ancora anche il sistema previdenziale della nostra regione”, avvisa il sindacato pensionati della Cgil. Nel primo semestre 2021 17.000 lavoratori veneti hanno scelto di anticipare il pensionamento. Si tratta di baby boomer -nati nel secondo dopoguerra ed entrati nel sistema produttivo molto giovani, con condizioni economiche e previdenziali favorevoli- e fruitori degli strumenti di uscita anticipata dal lavoro messi in campo per “aggiustare” la legge Fornero. Poco meno di 8.500, invece, hanno optato per la pensione di vecchiaia. Nei primi sei mesi del 2026 -sia perché gran parte dei baby boomer è andato in pensione, “sia perché il governo Meloni ha abolito alcune fondamentali misure di flessibilità come Quota 103 e Opzione donna”- si registrano dati decisamente diversi. Il numero di pensioni anticipate in Veneto è sceso a 13.099, -23%, compensato dall’aumento delle pensioni di vecchiaia, circa 10.500, +24,5%. Guardando ai singoli settori, fra i dipendenti pubblici si rileva la tendenza più marcata, dalle 2.137 pensioni anticipate del primo semestre 2021 alle 1.205 dello stesso periodo del 2026, -43,6%. Quelle di “vecchiaia” crescono addirittura dell’85%.
Fra gli autonomi le anticipate scendono del 26% mentre il numero di quelle di vecchiaia sale di oltre il 12%. Nel privato i lavoratori usciti prima dei 67 anni nel primo semestre 2026 sono il 16% in meno in confronto ai primi sei mesi del 2021, mentre le pensioni di vecchiaia sono cresciute di un terzo. A livello di genere, per le donne il ricorso alla pensione anticipata tra il primo semestre del 2021 e quello del 2026 è diminuito del 29,4%, fra i maschi solo del 19,5%. Per entrambi i generi, invece, l’utilizzo dell’uscita a 67 anni si è incrementato di circa un quarto. “C’è “un cambiamento epocale del nostro sistema previdenziale- afferma Alessandro Chiavelli, della segreteria dello Spi del Veneto– il governo che ha promesso di abolire la legge Fornero e favorire la flessibilità in uscita sta facendo l’esatto contrario. Non solo non ha abolito la Fornero, ma è pure intervenuto eliminando i correttivi introdotti successivamente proprio sul fronte della mobilità in uscita”. E così quelli che hanno iniziato a lavorare molto giovani con condizioni economiche e previdenziali più favorevoli sfruttano di più la pensione anticipata. Ma il loro numero, alto in Veneto (fra le poche regioni in cui le pensioni anticipate sono ancora superiori a quelle di vecchiaia), si sta esaurendo. “Tanti di quelli che vanno in pensione ora e ancora più fra qualche anno, arrivano da lavori precari, discontinui. Sono quasi tutti al regime contributivo, anche se di contributi ne hanno versati pochi, perché figli del cosiddetto lavoro povero. Questi lavoratori difficilmente riusciranno a raggiungere i requisiti per la pensione anticipata”, avvisa lo Spi. E in generale si tende a lavorare e versare contributi qualche anno in più per avere un importo più dignitoso. Per lo Spi servirebbe una riforma previdenziale che consideri le attuali condizioni del mercato del lavoro più povero e precario.
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