A volte la giustizia arriva. In punta di piedi. A volte ci mette del tempo. Come per l’Eccidio di Pedescala. 81 anni dopo il  Tribunale di Venezia riconosce il diritto al risarcimento per due donne vicentine, segnate fin dalla nascita, o addirittura prima, dal terribile massacro compiuto da reparti tedeschi della Wehrmacht. Una perse il padre, l’altra il padre e un fratellino. Due storie che attraversano il tempo e approdano in una sentenza storica.

Le parole dell’avvocato
“La sentenza pronunciata lo scorso 22 dicembre rappresenta un passaggio storico cruciale poiché riconosce finalmente giustizia alle vittime dell’Eccidio di Pedescala, restituendo loro dignità dopo oltre ottant’anni” commenta l’avvocato Roberto Rigoni Stern che ha tutelato le due donne. “È un traguardo reso possibile grazie ad un lungo impegno fondato su un approfondito lavoro storico e giuridico, che ha permesso di ricostruire i fatti e dare voce a chi per troppo tempo non l’ha avuta. Non cancella il dolore né le vite spezzate ma afferma un principio fondamentale: il tempo non annulla i diritti, né le responsabilità. Oggi non celebriamo solo una decisione giudiziaria ma un atto di verità e rispetto. Perché ricordare, ricercando la verità sostanziale significa anche fare giustizia”.

30 aprile 1945: l’inferno
E’ il 30 aprile del 1945. La guerra sta finendo. Ma qui, nella vallata, non ancora. A Pedescala, frazione di Valdastico, il tempo sembra essersi fermato. Sono le undici del mattino. Una colonna tedesca entra a Pedescala e nei centri vicini. Non è un passaggio. È l’inizio dell’inferno. Un carro armato avanza lento tra le case, ma ciò che lascia dietro è velocissimo: fuoco, esplosioni, morte. Le abitazioni vengono incendiate con il lanciafiamme, le bombe a mano piovono nelle strade. I soldati entrano nelle case, inseguono chi tenta di fuggire, uccidono senza distinzione. E costringono i sopravvissuti a gettare i corpi dei propri cari tra le fiamme. Poi uccidono anche loro.

La caccia all’uomo
Intanto, a Forni e Settecà, il copione è lo stesso. Donne e bambini separati, rinchiusi. Gli uomini rastrellati, ammassati, trasformati in ostaggi. Nel pomeriggio, la violenza cambia forma ma non intensità. Sessantadue uomini vengono divisi. Trentadue sono condotti verso Settecà. È una marcia breve. E senza ritorno. Li fanno entrare sotto un portico. Poi le bombe. Le raffiche. A distanza d’uomo. Dieci cadono subito. Gli altri restano feriti, a terra, vivi per caso. Non basta. I soldati tornano con la benzina: vogliono cancellare tutto, anche le prove. Chi riesce, fugge tra le fiamme. È una corsa disperata. Parte una caccia all’uomo. Alcuni vengono ripresi, allineati, uccisi. Alla fine saranno diciannove i morti. I sopravvissuti, pochi, portano addosso ferite e memoria.

La sera cala su un paese devastato. Ma non porta tregua. I soldati diventano predoni. Saccheggiano tutto: denaro, vestiti, cibo. Ciò che non possono portare via, lo distruggono. E poi c’è il resto. Le violenze. Le umiliazioni. Le donne costrette a cucinare per chi ha appena ucciso i loro mariti, i padri, i fratelli. Le case trasformate in caserme improvvisate. La paura che entra ovunque. Il giorno dopo, primo maggio, si torna a combattere. L’artiglieria riprende a sparare, i partigiani rispondono. Gli attacchi si susseguono, vengono respinti.
Poi, nella notte tra l’1 e il 2 maggio, qualcosa cambia. I mezzi tedeschi si muovono senza sosta. All’alba se ne vanno. Resta il silenzio. Un silenzio rotto solo da un ultimo gesto di crudeltà: un uomo, nascosto per due giorni, esce allo scoperto credendo che sia finita. Viene ucciso e bruciato. Anche l’illusione, qui, si paga con la vita. Quella di Pedescala è una storia di civili massacrati, di case distrutte, di dignità calpestata.

Una ferita che resta
Oggi, riletta alla luce delle sentenze e della memoria, non è solo cronaca. È una ferita aperta che continua a interrogare. Perché ci sono eventi che il tempo non consuma. Li attraversa. Ma non li cancella. Le vittime di Pedescala sono 63, a Forni e Settecà 19.

La sentenza
Il risarcimento non è simbolico, è reale: più di 300 mila euro per una delle due donne, quasi 200 mila per l’altra, oltre alle spese legali. A sostenere il pagamento sarà il Fondo statale. Il Tribunale di Venezia non lascia spazio a interpretazioni: fatti di questa gravità non si prescrivono. L’eccidio colpì civili inermi, completamente estranei al conflitto. Respinta anche l’obiezione sulla posizione della ricorrente che non era ancora nata al momento della strage: il danno, stabiliscono i giudici, è concreto e affonda nella perdita irreparabile del padre. Da qui, l’azione civile promossa contro la Repubblica federale di Germania e il Ministero dell’Economia italiano, che trova oggi un riconoscimento pieno.

di Redazione AltovicentinOnline
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