L’Associazione culturale “La Faretra” chiede a Schio di intitolare un luogo a Sergio Ramelli. La richiesta è stata formalizzata con una lettera inviata al Sindaco, Cristina Marigo, in occasione della giornata dedicata alle vittime del terrorismo. L’associazione definisce Ramelli “figlio d’Italia” e simbolo di un messaggio che ritiene condivisibile da chiunque: la violenza e la morte non devono mai più sostituire il libero pensiero. L’iniziativa si inserisce nel più ampio processo di rilettura degli anni di piombo e di ricomposizione della memoria nazionale di quel periodo.
Secondo quanto spiegato dall’associazione, sono già 53 le città italiane che hanno dedicato a Ramelli una via, una piazza o un luogo pubblico, a testimonianza di un percorso di riconoscimento civile trasversale. Nel comunicato si ricorda anche che il 13 marzo 2025 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha emesso un francobollo commemorativo nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, un atto che ha dato ulteriore visibilità istituzionale alla figura del giovane milanese ucciso nel 1975.
“La Faretra” motiva la richiesta a Schio con un appello alla pacificazione nazionale: l’intitolazione, sottolinea il testo, vorrebbe essere un gesto “in nome di una pacificazione nazionale che accomuni in un’unica pietà i morti di un periodo oscuro della nostra storia e come monito alle generazioni future affinché simili fatti non debbano più accadere”. L’obiettivo dichiarato è dunque duplice: da un lato, riconoscere il valore simbolico della vicenda di Ramelli al di là delle appartenenze politiche; dall’altro, trasformare quel nome in un avvertimento permanente contro il rischio che l’odio ideologico degeneri nuovamente in violenza.
L’associazione si dice disponibile a illustrare “in qualsiasi sede” le ragioni dell’iniziativa, definite “profonde, nobili e socialmente utili”, e invita implicitamente l’amministrazione comunale ad aprire un confronto sul tema. Per “La Faretra”, un’eventuale decisione favorevole rappresenterebbe per la città di Schio “un grande passo di maturità civica, umana e nazionale”.
La lettera è datata 18 giugno 2026 e firmata dal presidente dell’associazione, Andrea Motta. Ora la parola passa al Comune, chiamato a valutare se e come dare seguito alla proposta, in un ambito , quello della memoria pubblica e della toponomastica, che in Italia continua spesso a riflettere sensibilità e ferite ancora vive del passato recente.
Chi era Sergio Ramelli
Sergio Ramelli è uno dei nomi simbolo degli anni di piombo. Nato a Milano il 6 luglio 1956, è uno studente dell’istituto tecnico industriale Ettore Molinari, scuola nota per il forte attivismo politico di sinistra. Militante del Movimento sociale italiano e del Fronte della Gioventù, è praticamente l’unico studente di destra pienamente impegnato in quell’istituto, in un clima di fortissima contrapposizione ideologica.
A renderlo un bersaglio è soprattutto un tema scolastico: in quell’elaborato Ramelli condanna apertamente il terrorismo rosso, denuncia l’uccisione di due militanti missini e critica le Brigate rosse. Il testo viene affisso nell’atrio della scuola e scatena una campagna di intimidazioni e violenze: insulti, minacce, pedinamenti, aggressioni. Ramelli è costretto a cambiare istituto, ma il clima di odio non si spegne.
L’agguato
Il 13 marzo 1975, mentre parcheggia la bicicletta sotto casa in via Paladini, a Milano, viene aggredito da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia, provenienti dalla facoltà di Medicina. I colpi inferti con pesanti chiavi inglesi alla testa lo riducono in fin di vita. Trasportato al Policlinico, entra in coma e non si riprenderà più: muore 48 giorni dopo, il 29 aprile 1975, per un edema cerebrale irreversibile causato dalle percosse.
Gli autori dell’aggressione verranno individuati solo dieci anni dopo, nel 1985, grazie alle indagini della Digos. Nel processo per il suo omicidio, tra i legali di parte civile della famiglia Ramelli figura anche Ignazio La Russa, allora avvocato ed esponente del MSI, oggi presidente del Senato.
La vicenda di Sergio Ramelli è diventata nel tempo uno dei simboli della violenza politica di quegli anni: la storia di un diciottenne ucciso per le sue idee, in un Paese attraversato da odi contrapposti in cui il dissenso, troppo spesso, veniva affrontato non con il confronto ma con le spranghe. Oggi il suo nome continua a essere richiamato come monito contro ogni forma di fanatismo e come invito a difendere il libero pensiero da qualunque violenza.
di Redazione AltovicentinOnline
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