Dopo oltre dieci anni di Donald Trump al centro della scena politica americana, il crollo elettorale dei Repubblicani. Il Day after, anche in America, è dedicato alla più classica “analisi della sconfitta”. Tra le più precise e ricche di dati c’è quella dell’AP Voter Poll, il sondaggio condotto da SSRS per Associated Press, ABC News, CBS News, CNN, FOX News Media, NBC News e Versant. Combina interviste probabilistiche e non probabilistiche con elettori registrati in tutti i 50 stati, tra il 22 ottobre e il 3 novembre (in Alaska dal 19 ottobre). Il margine di errore è di più o meno 0,6 punti percentuali sull’intero campione.

Il prezzo politico si legge soprattutto nell’economia. Circa due terzi degli elettori giudicano che le politiche di Trump abbiano peggiorato la situazione, e circa 8 di questi 10 hanno votato per il candidato democratico. Gli elettori attribuiscono al presidente i dazi, la guerra in Iran e la promessa, fatta due anni fa, di abbassare i prezzi: l’inflazione è peggiorata. Chi si è detto “molto preoccupato” per il costo della vita quotidiana (generi alimentari, sanità, carburante) ha votato in modo schiacciante per i democratici alla Camera. Circa 6 elettori su 10 hanno dichiarato questa preoccupazione per il costo del cibo.

In Texas, ex roccaforte repubblicana, circa 2 elettori su 10 hanno parlato di difficoltà “gravi” causate dall’inflazione. Circa tre quarti di loro hanno scelto il democratico James Talarico per il Senato. Altri 6 su 10 circa hanno indicato difficoltà “moderate”, e anche in questo gruppo Talarico ha ottenuto la maggioranza.

C’è poi un dato che l’AP definisce sorprendente: più della metà degli elettori ha indicato la corruzione governativa come fattore “cruciale” per il voto alla Camera, una quota leggermente superiore a quella del costo della vita. I repubblicani sostenevano che agli elettori importasse poco dei guadagni di Trump, che l’anno scorso ha incassato oltre un miliardo di dollari con meme coin e criptovalute. La maggioranza lo considera invece concentrato sui propri interessi. Nel secondo mandato ha chiesto donazioni a grandi aziende per la sala da ballo della Casa Bianca, dopo aver fatto demolire l’ala est. Circa due terzi degli elettori dicono che non ha le priorità giuste, e la stragrande maggioranza di questi ha votato democratico alla Camera.

Le candidature scelte o appoggiate da Trump hanno aggravato il quadro. In Carolina del Sud, dopo la morte a luglio del senatore Lindsey Graham, il presidente ha designato la sorella, Darline Graham, che si è subito candidata. Circa 6 elettori su 10 hanno detto che le manca l’esperienza necessaria.

In Texas, alle primarie, Trump ha sostenuto il procuratore generale Ken Paxton contro il senatore uscente John Cornyn. Paxton, coinvolto in vari scandali, era stato messo sotto accusa ma non condannato. Circa due terzi degli elettori texani lo ritengono privo del carattere adatto al ruolo.

In Carolina del Nord, come in molti altri stati, circa 6 elettori su 10 hanno giudicato il repubblicano Michael Whatley “troppo favorevole” a Trump. Ha vinto l’ex governatore democratico Roy Cooper. Martedì sera, intervistato da Fox News Channel, Trump ha insinuato che i democratici “hanno combattuto duramente” e che la base repubblicana “non gradiva i candidati” da lui sostenuti, perché alcuni suoi elettori non gli erano pienamente fedeli.

Per i democratici il sondaggio contiene però un avvertimento. Circa la metà degli elettori ha un’opinione favorevole del partito, contro circa 4 su 10 per i repubblicani. Circa 2 elettori su 10 che hanno votato democratico ne hanno una negativa. Su economia, politica estera, sanità, tasse e immigrazione, circa 2 elettori su 10 dicono che nessuno dei due partiti sia più attrezzato. La quota sale su corruzione governativa e intelligenza artificiale. Questi elettori scettici hanno votato in prevalenza democratico, ma senza entusiasmo: cercavano un cambiamento. Il Maine lo mostra bene. Tra chi ha dato priorità all’”esperienza giusta” ha prevalso la senatrice repubblicana uscente Susan Collins. Più numerosi sono stati però gli elettori che volevano il “cambiamento necessario”, e hanno scelto il democratico Troy Jackson.

Ma l’onda blu al voto è stata anche una piccola rivoluzione identitaria: le minoranze al potere. Come evidenzia un’analisi del Corriere della Sera 7 latinos su 10 hanno votato Dem, stessa percentuale tra i 18-29enni. In due anni – scrive il Corsera – Donald Trump ha visto evaporare la coalizione inedita che lo aveva riportato alla Casa Bianca nel 2024, quando aveva pescato con abilità nella base degli elettori democratici, strappando voti fra i giovani, gli ispanici e gli afroamericani: tutti, nel giro di un mezzo mandato, hanno fatto marcia indietro e sono tornati a sostenere in larga parte i candidati democratici.

La crepa più dolorosa è, appunto, quella che si aperta con i latinos. “Due anni fa i democratici avevano perso 7 punti nel voto ispanico, passato dal 63% di Joe Biden al 56% di Kamala Harris, con le contee a maggioranza ispanica che avevano fatto registrare un +17% per l’ex presidente che puntava a tornare alla Casa Bianca. Quest’anno le stesse contee si sono spostate in media di 22 punti percentuali verso i candidati democratici, con il Kansas e il Texas che hanno toccato rispettivamente 45 e 36 punti percentuali”.

Invece secondo un’analisi del New York Times quest’anno il 69% degli elettori ispanici ha votato democratico, appena il 30% ha scelto candidati repubblicani: 28 punti percentuali. Se a questo dato sommiamo il 70% degli elettori fra i 18 e i 29 anni che ha votato democratico, ecco altri 32 punti percentuali rispetto a due anni fa. I democratici hanno guadagnato 17 punti percentuali fra gli uomini, 23 fra quelli non bianchi, ma anche 13 fra le donne, 9 fra gli afroamericani, 17 fra gli asiatici e 13 fra gli elettori bianchi.

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