a cura di Anima Veneta
Qual è il vestiario di abbigliamento storico, figo, di eterna tendenza ma soprattutto che riesce a tenerti costantemente al caldo? Ovviamente il tabarro!
Il capo ideale da mettere per proteggersi dalle gelate mattutine: quell’ampio mantello fatto rotondo, a ruota, lungo fino al polpaccio in tessuto pesante in lana spesso reso impermeabile, con bavero e pellegrina: questo è il dna del tabarro.
Per crearne uno sono necessari sei metri di tessuto: il tabarro è formato da una ruota perfetta che bisogna tagliare in coppia, una sola cucitura passa lungo la schiena, per il resto non serve in quanto la stoffa è a “taglio vivo”, avendo il tessuto una particolare compattatura che permette appunto di tagliarla senza dover cucire i bordi per evitare la sfilacciatura. Chiuso sul petto da due bottoni che si chiamano “gangheri”, che richiamano i “mascheroni veneziani” (tendenzialmente in argento), volendo con il collo di astrakan.
Può essere di modello classico lungo fino al polpaccio o più corto per andare a cavallo o in bicicletta e va indossato sull’abito. Questi viene indossato chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al capo.
Il Tabarro ha una storia ultracentenaria e, modificatosi come forme, colori ed uso nel tempo, è ancora utilizzato come capo popolare dagli abitanti delle comunità montane e dagli abitanti della pianura padana (complice la grande influenza della Serenissima, nel 1600 entra in uso anche tra nobili, funzionari e magistrati in sostituzione alla veste patrizia): uno stile di vita proseguito fino al dopoguerra con contaminazioni fino ai nostri giorni.
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