Il 15 febbraio 1996 segna una data spartiacque nella storia repubblicana. Quel giorno entrò in vigore la legge “Norme contro la violenza sessuale”, che modificò profondamente il Codice penale italiano: lo stupro non fu più considerato un reato contro la morale pubblica e il buon costume, ma un delitto contro la persona.
Una svolta giuridica e culturale maturata al termine di uno degli iter parlamentari più lunghi e complessi della storia italiana: quasi vent’anni di dibattiti, sei legislature attraversate, proposte accantonate e riscritte, scontri politici e divisioni interne allo stesso movimento femminista.
Dal “buon costume” ai diritti delle donne
Fino al 1996 la materia era disciplinata dal cosiddetto Codice Rocco, di epoca fascista, che inquadrava la “violenza carnale” tra i reati contro la moralità pubblica. La tutela non era centrata sulla donna come soggetto di diritto, ma sull’ordine sociale, sulla famiglia e sulla morale collettiva.
La legge distingueva tra “violenza carnale” e “atti di libidine violenta”, prevedeva la querela di parte – quindi la non procedibilità d’ufficio – e manteneva una logica che finiva per processare le vittime più che gli aggressori. In tribunale si indagava sulla loro condotta, sulla “provocazione”, sui segni fisici della violenza. L’idea stessa che all’interno del matrimonio potesse configurarsi uno stupro era sostanzialmente esclusa: il rapporto sessuale era considerato un diritto coniugale.
Con la riforma del 1996 tutto questo cambia. La violenza sessuale viene unificata in un’unica fattispecie di reato contro la persona, superando la distinzione tra atti con o senza penetrazione, e si afferma un principio fondamentale: al centro c’è la libertà e l’integrità della donna, non l’onore familiare.
La spinta dei femminismi e la “politica dei processi”
La riforma non nasce nelle aule parlamentari, ma nelle piazze e nei tribunali. Già dalla metà degli anni Settanta il movimento femminista aveva iniziato a portare il tema della violenza maschile fuori dall’invisibilità.
Eventi drammatici come il massacro del Circeo nel 1975 e i processi per stupro di Verona e Latina – quest’ultimo seguito in televisione da milioni di italiani – resero evidente la distanza tra la realtà vissuta dalle donne e la narrazione giudiziaria.
Le femministe inaugurarono la cosiddetta “politica dei processi”: presidiavano le aule, affiancavano le vittime, si costituivano parte civile. In quegli anni nacquero i primi centri antiviolenza autogestiti, come quello fondato nel 1979 dal Movimento di Liberazione della Donna a Roma, ispirato ai rape crisis center anglosassoni.
Dalle testimonianze raccolte emerse un dato dirompente: la maggior parte delle violenze non avveniva per strada, ma in casa, sul lavoro, in famiglia. Lo stupro non era un atto “mostruoso” compiuto da devianti isolati, ma un esercizio di potere radicato nella struttura patriarcale della società.
La legge di iniziativa popolare e le divisioni interne
Nel 1980 il movimento presentò una proposta di legge di iniziativa popolare con 300mila firme – sei volte il minimo richiesto. Chiedeva che lo stupro fosse riconosciuto come reato contro la persona, la procedibilità d’ufficio, l’estensione del reato anche al rapporto coniugale, la possibilità per le associazioni di donne di costituirsi parte civile e strumenti concreti come case rifugio e linee telefoniche di emergenza.
Ma il percorso non fu lineare. All’interno del femminismo si aprì un confronto duro: alcune realtà più radicali diffidavano delle istituzioni e del diritto, temendo che la procedibilità d’ufficio potesse trasformarsi in un’ulteriore imposizione sulle vittime.
Intanto, in Parlamento, si susseguivano proposte di ogni orientamento: alcune fortemente repressive, altre più attente alla libertà femminile. Per anni il tema rimase sospeso, tra tentativi di riforma e ritorni a visioni moralistiche.
Il testo condiviso delle parlamentari
La svolta arrivò nel 1995, quando 74 parlamentari su 88 decisero di lavorare insieme, superando le appartenenze di partito, per redigere un testo comune. Il progetto, firmato in ordine alfabetico per sottolinearne la natura collettiva, fu presentato alla Camera il 23 maggio 1995.
Il 14 febbraio 1996 la legge venne approvata in via definitiva. Il giorno successivo fu pubblicata in Gazzetta Ufficiale.
Una conquista che parla al presente
A trent’anni di distanza, quella riforma resta una conquista fondamentale: ha sancito che la violenza sessuale è un attacco alla libertà e alla dignità della persona. Ma il dibattito non è chiuso. Il tema del consenso, ad esempio, continua a essere oggetto di discussione giuridica e politica.
La storia di quella legge ricorda che i diritti non sono concessioni spontanee, ma il frutto di mobilitazioni lunghe, conflittuali, spesso invisibili. E che ogni avanzamento normativo nasce prima di tutto da un cambiamento culturale.
Nel 1996 lo Stato italiano ha smesso di chiedersi se fosse stata offesa la morale pubblica. Ha iniziato a chiedersi se fosse stata violata una persona. Un passaggio che ha cambiato il diritto – e il modo di guardare alla violenza.
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