Giuliano Ferrara punta il faro  su Matteo Salvini e lo fa con un giudizio particolarmente severo. Nell’editoriale pubblicato da Il Foglio, il fondatore del quotidiano sostiene che il leader della Lega sia arrivato a un bivio politico e debba cominciare a immaginare una propria uscita di scena.

Il titolo dell’editoriale, “L’uscita di sicurezza di Salvini”, sintetizza già la posizione di Ferrara: il problema, secondo il giornalista, non sarebbe una singola sconfitta elettorale o una scelta politica sbagliata, ma la progressiva perdita di centralità di Salvini all’interno della stessa Lega.

Ferrara parte da una premessa significativa. Pur dichiarando di essere «stufo di parlar male di Salvini», riconosce al leader leghista qualità personali e precisa che la questione che intende affrontare è soprattutto politica e strategica.

Secondo Ferrara, Salvini potrebbe essere sopravvissuto a diversi momenti difficili della propria carriera: dal Papeete alle polemiche legate alla Russia e a Vladimir Putin, fino all’ascesa di Roberto Vannacci.

Questi episodi, presi singolarmente, non sarebbero sufficienti a decretare la fine di una leadership. Il problema, sostiene invece Ferrara, è che nel frattempo la classe dirigente della Lega ha continuato a crescere e a conquistare consenso, mentre Salvini avrebbe progressivamente perso terreno.

È proprio questa, per l’autorevole giornalista italiano, la questione «tecnicamente insostenibile».

Giorgetti, Zaia, Fedriga e Fontana: la Lega che può venire dopo Salvini

Ferrara individua alcuni nomi che rappresenterebbero il possibile futuro del partito: Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana.

Figure diverse tra loro, ma accomunate da una caratteristica: una maggiore esperienza amministrativa e istituzionale e una capacità di costruire consenso sul territorio.

Ferrara invita Salvini a non sottovalutare questi segnali. La «compostezza» di Giorgetti, il ruolo di Fontana in Lombardia, il lavoro politico di Fedriga in Friuli-Venezia Giulia e il peso di Zaia in Veneto vengono descritti come elementi che il leader della Lega non può continuare a ignorare.

Il punto, quindi, non sarebbe soltanto chi potrebbe sostituire Salvini, ma il fatto che dentro la Lega esista già una classe dirigente capace di immaginare un partito diverso.

Il caso Vannacci

Nel ragionamento di Ferrara assume un peso particolare anche l’ascesa di Vannacci. Il giornalista considera politicamente grave che Salvini abbia contribuito a rafforzare una figura che successivamente ha finito per metterne in discussione la leadership. Il paradosso, secondo Ferrara, è che mentre Salvini perde centralità, una parte della classe dirigente leghista continua a costruire il proprio percorso politico. Il leader rischierebbe così di trovarsi nella condizione di aver favorito dinamiche che oggi possono ritorcersi contro di lui.

Dalla Lega nordista alla destra sovranista

Ferrara non si limita però alla questione della successione. Nel suo editoriale mette sotto accusa anche la trasformazione politica compiuta da Salvini negli anni. A suo giudizio, il leader leghista avrebbe spostato progressivamente il partito dalle sue origini nordiste e pragmatiche verso una destra nazionalista, influenzata da alcune delle correnti più radicali del panorama internazionale.

Ferrara cita in particolare Donald Trump, l’AfD e Marine Le Pen, oltre al rapporto politico con la Russia di Vladimir Putin.

È proprio il cosiddetto putinismo a rappresentare, secondo il giornalista, uno dei punti più problematici della parabola politica di Salvini: una posizione che Ferrara considera difficilmente conciliabile con una prospettiva di governo pienamente inserita nell’Europa e nell’Occidente.

Anche sicurezza e immigrazione nel mirino

Nel mirino finisce anche la comunicazione di Salvini sui temi della sicurezza e dell’immigrazione.

Ferrara definisce il suo approccio una sorta di «progetto della paura», giudicandolo troppo ideologico e poco adeguato ad affrontare problemi complessi come l’immigrazione irregolare. La sua critica, dunque, non riguarda soltanto Salvini come leader della Lega, ma anche il modello politico che ha costruito negli ultimi anni.

La «exit strategy»

La parte più significativa dell’editoriale arriva però quando Ferrara affronta direttamente il futuro di Salvini. Secondo il giornalista, il leader leghista dovrebbe cominciare a pensare a una “exit strategy”, cioè a una modalità per lasciare progressivamente la leadership senza provocare una guerra interna e senza compromettere definitivamente il proprio futuro politico. Ferrara non immagina necessariamente una rottura traumatica. Al contrario, sembra suggerire a Salvini di trovare una posizione che gli consenta di uscire dalla prima linea mantenendo un ruolo politico dignitoso. L’alternativa sarebbe, secondo il giornalista, trascinare la Lega in uno scontro interno che potrebbe danneggiare non soltanto Salvini, ma l’intero partito e gli stessi alleati di governo.

Il giudizio finale di Ferrara è particolarmente duro. A suo avviso, Salvini dovrebbe riconoscere che il terreno politico sotto di lui è ormai cambiato. La Lega, nella sua interpretazione, avrebbe bisogno di recuperare il profilo di un partito di governo nordista, pragmatico, imprenditoriale e affidabile, distante dalla caricatura delle destre nazionaliste europee.

E proprio perché Salvini non avrebbe completamente cancellato la classe dirigente storica del partito, Ferrara gli riconosce almeno un merito: aver lasciato in piedi una struttura politica che potrebbe consentire alla Lega di affrontare una nuova fase. Il messaggio conclusivo è quindi chiaro: per Ferrara, Salvini dovrebbe smettere di considerare la propria leadership come indispensabile e iniziare a costruire le condizioni per un passaggio di consegne.

Non necessariamente una resa, dunque, ma una ritirata controllata. Una «uscita di sicurezza» che, secondo Ferrara, potrebbe essere utile non soltanto alla Lega, ma allo stesso Salvini.

Giuliano Ferrara ha “massacrato” Matteo Salvini, ma con il suo stile graffiante che non manca mai di rispetto, ma che sa demolire lo stesso.

di redazione AltovicentiNonline

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