Ci sono estati che finiscono a settembre. E poi ci sono quelle degli anni Ottanta, che non finivano mai. Cominciavano con l’ultimo suono della campanella e da quel momento il tempo smetteva di avere importanza. Nessuno parlava di countdown, di rientri, di programmi. Si viveva giorno dopo giorno, convinti che il sole sarebbe rimasto lì per sempre, che il mare non avrebbe mai perso il suo odore di sale e crema abbronzante, che le canzoni trasmesse dalla radio sarebbero state la colonna sonora della nostra vita.
Eravamo bambini. E i bambini hanno un privilegio che gli adulti dimenticano: credono che tutto sia infinito. Infinite erano le giornate trascorse in spiaggia, quando la sabbia diventava così calda da costringerti a correre fino all’acqua. Infinite erano le partite a pallone giocate con le porte fatte di ciabatte. Infinite le pedalate in bicicletta senza una meta precisa, gli schiaffi delle zanzare la sera, il profumo del doposole che impregnava gli asciugamani stesi ad asciugare sul balcone. E infinita sembrava anche l’attesa del momento più bello della giornata. Quello del gelato. Non era soltanto una merenda. Era un piccolo rito, una conquista.
Ci si fermava davanti al cartellone esposto fuori dal bar come davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli. Lo conoscevamo quasi a memoria, eppure ogni volta lo osservavamo da capo, con la stessa attenzione di chi sta per prendere una decisione importantissima. Ogni gelato aveva una personalità. C’era quello che sembrava enorme e ti faceva sentire già grande. Quello che sceglievi solo per il colore. Quello che compravi perché dentro nascondeva una sorpresa, una gomma da masticare, un bastoncino diverso dal solito, un gusto che prometteva qualcosa di misterioso.
Non erano semplici prodotti. Erano personaggi dell’estate. Avevano nomi che oggi fanno sorridere, forme improbabili, colori che probabilmente un nutrizionista moderno vieterebbe con orrore. Eppure bastava scartarne uno perché il pomeriggio cambiasse sapore. Il Cornetto era quasi un premio. Il Calippo sembrava arrivato dal futuro. Il Maxicono era il gelato dei grandi, quello che osservavi con rispetto quando tuo cugino adolescente lo addentava facendo finta di essere disinvolto. C’erano ghiaccioli che tingevano la lingua, coni che nascondevano gomme da masticare, facce sorridenti, piedi rosa, cowboy, mostri e personaggi dei cartoni animati. Era un’epoca in cui anche i gelati avevano fantasia. E forse l’avevamo anche noi. Perché riuscivamo a trasformare qualsiasi cosa in un’avventura. Un molo diventava una nave dei pirati. Una pineta era una giungla. Una bottiglia di gazzosa era il brindisi più importante dell’estate. Non servivano telefoni, fotografie istantanee o storie da condividere. Le vacanze esistevano nel momento stesso in cui le vivevamo, e bastava quello. Le sere arrivavano lentamente.
I grandi giocavano a carte. Dalle finestre uscivano i profumi del sugo e del pesce appena fritto. Le televisioni trasmettevano i varietà estivi, mentre nelle piazze le giostre illuminavano il cielo con migliaia di lampadine colorate. Noi correvamo ancora. Sempre con un gelato in mano o con qualche monetina rimasta in tasca, sperando bastasse per comprarne un altro il giorno dopo.
Poi, senza accorgercene, siamo cresciuti. Le lire sono diventate euro. I jukebox sono spariti.
Molti di quei gelati hanno smesso di esistere, sostituiti da confezioni più moderne, gusti più sofisticati, campagne pubblicitarie più eleganti. Eppure basta aprire il freezer di un bar e intravedere un vecchio nome sopravvissuto al tempo perché succeda qualcosa. Per un istante non siamo più adulti. Torniamo ad avere otto, dieci, dodici anni. Sentiamo di nuovo il rumore delle cicale. La pelle tira per il sale. Le infradito sono piene di sabbia. Qualcuno ci porge una moneta e dice: “Vai, scegli quello che vuoi.” È questo il potere della nostalgia. Non ci fa rimpiangere un semplice gelato. Ci restituisce la persona che eravamo quando quel gelato bastava a renderci felici. Forse è per questo che continuiamo a cercare quei sapori. Non perché fossero davvero migliori.
Ma perché avevano il gusto di un tempo in cui l’estate sembrava non avere fine e il futuro era così lontano da non farci nemmeno paura.
M.L.
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