«Avvocato?». «Commercialista?». Fino a qualche decennio fa erano risposte che raccontavano ambizione, prestigio e soprattutto una promessa: quella di costruirsi una professione propria, riconosciuta e economicamente solida. Oggi quella promessa sembra parlare molto meno ai giovani.

Non significa che nessuno voglia più fare l’avvocato o il commercialista. Ma i numeri raccontano un cambiamento che sarebbe difficile ignorare: le libere professioni stanno invecchiando e il ricambio generazionale si sta indebolendo. Nel 2025 gli under 35 rappresentavano il 24% dei lavoratori dipendenti, ma appena il 16% dei liberi professionisti. L’età mediana dei professionisti arrivava a 50 anni per gli uomini e 46 per le donne. È la fotografia di un mondo nel quale l’ingresso dei giovani avviene più lentamente rispetto ad altre aree del mercato del lavoro.

Per capire cosa è cambiato bisogna partire da una parola: tempo. Per diventare avvocato o commercialista non basta una laurea. Il percorso richiede formazione ulteriore, abilitazione, pratica e, soprattutto, la costruzione progressiva di una clientela e di una reputazione professionale. Il problema è che oggi un giovane entra nel mercato del lavoro con aspettative molto diverse da quelle delle generazioni precedenti.

Vuole sapere quanto guadagnerà nei primi anni. Quanto tempo servirà per diventare autonomo. Se potrà permettersi una casa. Se avrà un equilibrio tra lavoro e vita privata. E soprattutto se gli anni di formazione saranno ripagati da una prospettiva economica concreta.

Ed è proprio qui che le professioni tradizionali incontrano la loro difficoltà maggiore. Il prestigio del titolo non sembra più sufficiente a compensare un ingresso lento e economicamente incerto.

La generazione che guadagna meno

Il rapporto dell’Osservatorio delle libere professioni fotografa un cambiamento ancora più profondo. Nel 1987 un lavoratore tra i 25 e i 34 anni aveva un reddito pari al 97% della media complessiva. Nel 2022 quella percentuale era scesa al 78%.

Nel lavoro indipendente il ribaltamento è ancora più evidente: alla fine degli anni Ottanta i giovani autonomi tra i 25 e i 34 anni guadagnavano mediamente il 20% in più rispetto ai lavoratori senior. Nel 2022, invece, risultavano avere redditi inferiori del 16% rispetto agli over 55. È una trasformazione che cambia anche la percezione della carriera. Se un giovane professionista deve aspettare molti anni prima di raggiungere una posizione economica soddisfacente, mentre altre forme di lavoro consentono di entrare più rapidamente nel mercato e di avere un reddito più prevedibile, la scelta diventa meno scontata.

Il caso degli avvocati

L’avvocatura è uno degli esempi più evidenti. I dati del Censis hanno mostrato una forte distanza reddituale tra giovani e professionisti senior: tra gli avvocati iscritti alla Cassa Forense, il reddito medio dei professionisti con meno di 35 anni risultava inferiore alla metà del reddito medio complessivo rilevato nello studio.Questo non significa che la professione non possa diventare redditizia con l’esperienza. Significa però che la parte più difficile della carriera coincide proprio con gli anni nei quali un giovane dovrebbe costruire la propria autonomia economica. E allora il confronto con altre possibilità professionali diventa inevitabile. Perché affrontare anni di pratica, formazione e costruzione della clientela se esistono percorsi alternativi nei quali l’ingresso nel mercato può essere più rapido?

E i commercialisti?

Anche per i commercialisti i dati mostrano segnali di rallentamento del ricambio. Secondo il Rapporto 2026 sull’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, nel 2025 gli iscritti all’Albo sono diminuiti di 902 unità, mentre le nuove iscrizioni sono state 1.494, contro le 1.958 del 2024. Il numero degli iscritti a fine 2025 era di 119.050. Il quadro, tuttavia, non è quello di una professione destinata a scomparire. Lo stesso rapporto segnala infatti la crescita delle società tra professionisti e un aumento dei praticanti nel 2025. E nel 2024 gli under 41 avevano aumentato la propria quota tra gli iscritti all’Albo, dal 14,7% al 16,2%. È quindi più corretto parlare di una professione che sta cambiando, piuttosto che di una professione abbandonata dai giovani.

Il vero problema è il modello

Forse, allora, la domanda non è: «Perché i giovani non vogliono più fare gli avvocati o i commercialisti?». La domanda potrebbe essere un’altra: che cosa offrono oggi queste professioni a un venticinquenne che deve decidere come costruire la propria vita?

Perché il mondo del lavoro è cambiato, ma alcuni percorsi professionali sono rimasti lunghi e fortemente legati a un modello di carriera costruito nel tempo. Il giovane di oggi, però, non ragiona necessariamente in termini di prestigio. Ragiona in termini di opportunità. Vuole sapere quanto guadagnerà. Quando potrà diventare indipendente. Quali competenze potrà spendere. Quanto sarà libero di scegliere. E quanto tempo dovrà aspettare prima di vedere i risultati del proprio investimento. Sono domande che riguardano anche professioni storicamente considerate sicure.

Il rischio è il cortocircuito generazionale

Il problema del mancato ricambio non riguarda soltanto i giovani. Se una professione diventa progressivamente più anziana, prima o poi deve affrontare la questione del passaggio di testimone: studi da rilevare, clienti da accompagnare, competenze da trasferire, nuove tecnologie da integrare. E qui emerge il paradosso. Le professioni tradizionali hanno bisogno dei giovani, ma i giovani sembrano avere sempre più bisogno di motivi concreti per sceglierle.

Il prestigio, da solo, potrebbe non bastare più. Avvocati e commercialisti continueranno a essere professioni indispensabili. Ma per attirare una nuova generazione potrebbero dover cambiare il modo in cui raccontano e organizzano la carriera: meno attesa, più formazione concreta; meno gerarchie, più opportunità; meno promessa di un successo lontano, più prospettive economiche e professionali già nei primi anni. Perché il punto non è che i giovani abbiano smesso di avere ambizioni. È che sono cambiate le ambizioni.

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su:
Stampa questa notizia