Si occupano campi, si riempiono crinali, si contano megawatt come figurine. Intanto l’Italia continua a trascurare la geotermia: una fonte più continua, meno invasiva e, se governata con intelligenza, anche più conveniente. Il nuovo decreto del MASE la rimette sul tavolo.

Il problema non è fare più rinnovabili. Il problema è farle male: consumando territorio, alterando paesaggi e affidando una quota crescente della sicurezza energetica a fonti che dipendono dall’umore del meteo. La geotermia offre un’altra strada. Ma in Italia, come spesso accade, si preferisce inseguire ciò che si vede di più, non ciò che funziona meglio.

Il prezzo pagato dal territorio

La transizione energetica italiana viene raccontata con la finezza di uno slogan da fiera: più pannelli, più pale, più megawatt, dunque più futuro. Peccato che l’energia non si misuri solo in potenza installata. Si misura anche in consumo di suolo, impatto sul paesaggio, pressione sugli ecosistemi, continuità della produzione e costo complessivo del sistema. E qui il racconto comincia a scricchiolare. Le stesse fonti tecniche pubbliche ricordano che il fotovoltaico a terra comporta consumo di suolo, perdita di servizi ecosistemici e impatti paesaggistici, mentre per l’eolico il conflitto con habitat, fauna volante, rumore e intervisibilità è tema strutturale, non dettaglio da depliant.

Qui sta il primo equivoco, coltivato con una certa ostinazione. Si è fatta passare l’idea che ogni critica all’occupazione del territorio fosse una forma di passatismo, quasi un vizio da anime belle. In realtà il punto è molto più serio: una transizione che consuma paesaggio senza criterio non è più moderna, è solo più sbrigativa. E in Italia, si sa, quando una cosa viene fatta in fretta spesso qualcuno la spaccia per visione.

La Fonte dimenticata

In questo quadro la geotermia resta il grande rimosso. E il paradosso è notevole. Perché, rispetto ad altre fonti oggi spinte con entusiasmo quasi liturgico, presenta un profilo molto diverso: meno pressione sul territorio visibile, maggiore continuità produttiva, migliore integrazione con i consumi reali di edifici e servizi. La geotermia profonda può produrre elettricità in modo stabile; quella a bassa entalpia può coprire riscaldamento e raffrescamento con una presenza molto più discreta. Il decreto del 2 aprile 2026, entrato in vigore il 16 aprile, prova almeno a togliere questa tecnologia dal limbo amministrativo in cui è stata lasciata per anni.

La forza della continuità

Poi c’è il punto che nel dibattito energetico italiano viene trattato come una nota fastidiosa: la continuità. Fotovoltaico ed eolico dipendono dal meteo. La geotermia no. Il sole tramonta, il vento si distrae, la geotermia resta lì. L’IEA indica per la geotermia convenzionale un capacity factor intorno all’80%: non una fonte da inseguire, ma una fonte stabile, programmabile, sistemica. In un Paese che parla di sicurezza energetica a giorni alterni, non è un dettaglio: è una differenza strutturale.

Il paradosso italiano

Ed è qui che il caso italiano diventa quasi comico, se non fosse energeticamente serio. L’Italia una geotermia industriale ce l’ha già. Enel Green Power produce dal distretto toscano quasi 6 miliardi di kWh l’anno, con 916 MW di potenza installata, e quella produzione copre oltre il 33% del fabbisogno elettrico regionale. Ma rapportata alla richiesta di energia elettrica italiana del 2024 – 312.285 GWh secondo Terna – vale appena circa l’1,9% del totale nazionale. In Toscana è energia strutturale. In Italia è ancora una nota a margine. Non perché non funzioni, ma perché non è stata sviluppata davvero fuori dal suo recinto storico.

E questo è il punto politico vero. Non l’assenza della tecnologia, ma il mancato sviluppo nazionale di una fonte che, dove è stata coltivata seriamente, ha già dimostrato di funzionare. Il distretto toscano è la prova che la geotermia non è una fantasia da convegno: è una realtà industriale. Il problema è che il Paese l’ha trattata come un’eccezione locale invece che come una leva strategica da estendere, dove possibile, in un territorio che di condizioni favorevoli ne possiede più di quante la politica abbia avuto voglia di valorizzare.

Anche sul piano territoriale, poi, la geotermia si muove con un altro passo. Gli impatti esistono e vanno governati, come per qualsiasi infrastruttura energetica seria. Ma nelle applicazioni shallow e di geoscambio l’impronta superficiale resta molto più contenuta rispetto a tecnologie che hanno bisogno di estendersi sul paesaggio per farsi notare e produrre. Detto meno accademicamente: ingombra meno e rende più di quanto il dibattito italiano faccia finta di capire.

Il confronto svizzero

Poi c’è la Svizzera, che ha il pregio di umiliare con garbo certe pigrizie italiane. Non ha il nostro racconto vulcanico, ma ha costruito una geotermia termica molto più ordinata, più diffusa e più normale. Le statistiche federali annuali e la stessa amministrazione energetica svizzera trattano sonde geotermiche, geostrutture e uso del sottosuolo come parte ordinaria dell’infrastruttura energetica per riscaldamento e, in alcuni casi, raffrescamento. La differenza non sta nella leggenda geologica. Sta nella qualità del sistema: regole leggibili, strumenti pubblici di verifica, supporto alla prospezione, filiere tecniche affidabili. In altre parole, meno retorica e più politica industriale.

Ed è proprio lì che nasce anche il vantaggio economico. Non dal miracolo, ma dalla serietà. I costi iniziali possono essere più alti, certo. Ma quando il ragionamento non si ferma al taglio del nastro e guarda il ciclo di vita, la geotermia smette di sembrare costosa e comincia a sembrare semplicemente intelligente. Esattamente per questo la Svizzera l’ha trattata come un’infrastruttura energetica, mentre l’Italia continua troppo spesso a trattarla come una possibilità laterale, quasi un hobby tecnico da lasciare agli specialisti.

La scelta politica

Alla fine, dunque, il punto non è tecnico. È politico, culturale e perfino mentale. L’Italia vuole davvero una transizione energetica seria, oppure vuole continuare a confondere la quantità con la qualità? Vuole ridurre le emissioni limitando i conflitti territoriali, o preferisce scaricare sul paesaggio il costo della propria fretta? Perché il nodo è tutto qui: non basta produrre energia pulita; bisogna produrla nel modo meno stupido possibile. E continuare a puntare soprattutto sulle fonti più visibili, più estese e più discontinue, ignorando quella più discreta, più continua e già industrialmente collaudata, non è modernità. È l’ennesima forma italiana di entusiasmo superficiale: molto rumore, molta superficie, poca profondità. Letteralmente.

Lo scandalo italiano

Il vero scandalo non è che l’Italia faccia troppo poco per la geotermia. Il vero scandalo è che continui a non sentire il calore di una delle poche fonti capaci di tenere insieme energia, continuità, territorio e paesaggio. E quando un Paese ignora perfino ciò che ha già sotto i piedi, più che in transizione è in ritardo.

mds

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