L’ordine globale è oggi defunto. Cina e Stati Uniti vogliono sovvertire quell’ordine, e il nuovo ordine che vogliono affermare è già una minaccia per i nostri interessi, e soprattutto per i nostri valori.
Non lo scrive un cospirazionista qualunque sui social, ma ad affermarlo è l’ex premier Mario Draghi.
Nel discorso di celebrazione della laurea honoris causa che gli è stata conferita dalla prestigiosa Università belga Ku Leuven, Mario Draghi ha voluto lanciare in questo modo il suo monito all’Europa.
“L’ordine globale, oggi defunto, – ha affermato l’ex premier – non è fallito perché era costruito su un’illusione.”
Secondo Draghi l’ordine globale ha prodotto benefici reali per tutti, ma soprattutto per gli Stati Uniti, garantendo all’interno del mondo occidentale una profonda integrazione commerciale e una stabilità senza precedenti, e per i Paesi in via di sviluppo, permettendogli di partecipare all’economia globale, sollevando miliardi di persone dalla povertà.

Ma oggi il sistema è defunto, un fallimento che, secondo Draghi, è da ricercare nei problemi che non è stato in grado di risolvere, tra cui il ruolo della Cina nell’economia mondiale, che ha messo in dubbio i reali confini tra commercio e sicurezza, a causa delle ambizioni della superpotenza asiatica di creare un polo separato, cambiando le regole del gioco, e generando il contraccolpo politico che oggi affrontiamo.
Secondo Draghi, grande conoscitore dell’economia e della finanza globale, “il collasso di questo ordine non è di per sé una minaccia. La minaccia è ciò che potrebbe sostituirlo”.
Il nuovo atteggiamento degli Stati Uniti, attraverso i dazi e le minacce all’integrità territoriale dell’Europa ha fatto emergere la grande frammentazione politica europea, mentre dall’altro lato la Cina ha preso il controllo di nodi critici delle catene di approvvigionamento globali. Basti pensare ai numeri: oggi la Cina controlla il 90% delle terre rare globali, quelle che servono per batterie, pannelli solari, smartphone. Se domani Pechino chiude i rubinetti, addio alla tecnologia.
Stretta tra due fuochi l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata.
“E – afferma Draghi – un’Europa che non può difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori. Democrazia, diritti, welfare non sono garantiti per sempre. Esistono perché abbiamo la forza di difenderli.”
La transizione fuori da questo ordine, secondo Draghi, non sarà per niente facile.
La maggior parte dei Paesi europei, infatti, presa singolarmente, non ha peso a livello mondiale. Collettivamente, tuttavia, genera qualcosa di più grande della semplice somma: scala, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune.
Questo vantaggio fa sì che, pur stretti fra Stati Uniti e Cina, l’Europa ha l’opzione di diventare una vera super potenza. Ma per raggiungere questo risultato secondo Draghi è necessario che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione.
Draghi fa un semplice esempio: dove l’Europa si è federata, sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria, è stata rispettata come una potenza, raggiungendo importanti risultati, ma dove questo non è stato fatto, come per la difesa, nella politica industriale, negli affari esteri, l’Europa è trattata oggi come un’assemblea sciolta di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza.

Facile il punto: un’Europa unita negozia. Un’Europa divisa obbedisce.
Draghi fa l’esempio della Groenlandia, dove di fronte a una minaccia diretta, gli europei hanno scoperto una solidarietà che in precedenza sembrava irraggiungibile e – secondo Draghi – proprio questa determinazione condivisa ha avuto una risonanza nell’opinione pubblica che nessun comunicato finale di un vertice avrebbe potuto ottenere.
Per tutti questi motivi Mario Draghi ha chiesto ai leader europei un “federalismo pragmatico”.
“Pragmatico perché – dice Draghi – dobbiamo compiere i passi che sono attualmente possibili, che sono oggi realizzabili, con i partner che sono effettivamente disposti, nei settori in cui il progresso può essere fatto ora. Non una cooperazione più lasca, ma una vera federazione.
Un discorso molto importante, quello di Draghi, passato un po’ troppo sotto traccia, che lascia tanti punti su cui riflettere. Non si può solo dipendere, economicamente dalla Cina o dagli Usa, energeticamente da chi ha il gas, militarmente dagli USA. Perché chi dipende, alla lunga, non decide.
Fabrizio Carta
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