L’inclusione si può realizzare anche in spazi diversi dalla classe, ma questi devono essere condivisi da tutti. In occasione della Giornata internazionale dell’Educazione, l’Associazione Italiana Persone con sindrome di Down (Aipd) rende noti i risultati di una ricerca svolta dal suo Osservatorio scolastico tra insegnanti e dirigenti scolastici e dedicata proprio al tema degli spazi scolastici. Hanno risposto al questionario 239 docenti, 32 dirigenti scolastici e 7 operatori del personale educativo. Circa la metà degli insegnanti coinvolti è composta da docenti di sostegno (126), prevalentemente della scuola primaria (48%) e della secondaria di primo grado (27%). L’indagine restituisce un quadro complessivamente positivo sullo stato dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità (non solo con sindrome di Down): in una scala da 1 a 5, la maggior parte degli intervistati (118) esprime una valutazione pari a 4, mentre il punteggio massimo è assegnato da 59 intervistati. Soltanto 16 esprimono un giudizio totalmente negativo (punteggio 1). Un segnale chiaro che l’inclusione è oggi percepita come un valore reale e praticato nella quotidianità delle scuole. Intento dell’indagine è però anche quello di portare alla luce alcuni elementi di criticità, in particolare sul tema degli spazi: la ricerca evidenzia infatti la presenza di “aule dedicate ad alunni con disabilità” in quasi la metà delle scuole prese in esame. Ed è questo che richiama l’attenzione di Aipd, perché richiama alla mente le famigerate “aule di sostegno”, mai previste dalla normativa di inclusione: spazi che invece troppo spesso esistono ed escludono, diventando di prassi luoghi frequentati esclusivamente dagli alunni con disabilità e dagli insegnanti di sostegno.
Alla domanda “In alcune scuole italiane esistono aule dedicate ad alunni con disabilità. Qual è il tuo pensiero al riguardo?”, il 61% degli intervistati si dichiara favorevole, ma le motivazioni espresse restituiscono un quadro complesso. Tra chi si dichiara favorevole, le ragioni più citate non riguardano la separazione, bensì la funzione educativa degli spazi: 103 risposte indicano la necessità di luoghi per scaricare la tensione o lavorare in piccolo gruppo, 83 sottolineano l’importanza di uno spazio per il riposo e il rilassamento, soprattutto in presenza di disabilità severe. Accanto a queste motivazioni, 92 risposte ritengono corretto che, quando necessario, gli alunni con disabilità possano avere accesso a spazi dedicati. Dall’altro lato, le perplessità espresse da chi è contrario sono fortemente legate al tema dell’inclusione: 76 risposte indicano che avere spazi separati solo per alcune persone non è considerato inclusivo, mentre 68 segnalano il rischio concreto che, nonostante le buone intenzioni, queste aule diventino luoghi frequentati esclusivamente dagli alunni con disabilità e dagli insegnanti di sostegno. Un ulteriore elemento critico riguarda le modalità di utilizzo: nella maggior parte delle scuole coinvolte (176) non esistono aule dedicate esclusivamente agli studenti con disabilità, mentre 102 dichiarano di averle. L’uso di questi spazi è concordato con le famiglie solo nel 57% dei casi, mentre nel 76% dei casi è formalizzato all’interno del PEI, evidenziando la necessità di rafforzare la condivisione e la trasparenza delle scelte educative. “Questa ricerca ci restituisce un messaggio incoraggiante ma anche una responsabilità- dichiara Enrico Palladino, referente dell’Osservatorio scolastico Aipd-. Emerge quanto l’inclusione scolastica in Italia sia considerata un valore “in buona salute” da chi vive la scuola ogni giorno”.
Per Aipd, l’inclusione passa quindi anche attraverso la condivisione degli spazi della scuola, che non devono in nessun caso e per nessuna ragione diventare esclusivi né escludenti- specifica Salbini- ma pensati come ulteriore risorsa per tutta la comunità scolastica: luoghi flessibili, aperti, utilizzabili da chiunque ne abbia bisogno, non solo dagli studenti con disabilità. Spazi di calma, di relazione e di apprendimento che siano a disposizione dell’intera classe. Come l’insegnante di sostegno, così le eventuali soluzioni sopra prospettate non devono essere pensate come uno strumento per allontanare o ‘delegare’ la disabilità, ma come risorse per l’intera classe, in un’ottica quindi di inclusione e non di separazione”, afferma Salbini. Certo, le difficoltà non mancano, specialmente in presenza di disabilità complesse e con organici e organizzazioni scolastiche sempre in affanno. “Ma anche quando il sistema scolastico è sotto pressione, la risposta non può essere la separazione. L’inclusione deve restare globale: riguarda le persone, le relazioni, gli insegnanti e anche gli ambienti. È nei momenti di maggiore complessità che l’inclusione va difesa con più convinzione”, conclude Salbini.
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