Trascorrevano ore a studiare volumi storici specializzati e a incrociare le mappe antiche con le coordinate Gps per individuare insediamenti romani o preistorici non ancora sottoposti a vincolo tutela. I blitz scattavano poi di notte, favoriti dalla complicità di basisti locali che segnalavano l’aratura dei campi agricoli (il momento ideale in cui la terra smossa restituisce i reperti più superficiali) e indicavano le zone “cieche”, prive di videosorveglianza o lontane dai pattugliamenti delle forze dell’ordine. Infine setacciavano i terreni con metal detector di ultima generazione in cerca di bottino. Agiva così la presunta organizzazione di “cacciatori di tesori” hi tech attiva nella Pianura padana, sgominata dall’operazione “Eridanos”, condotta dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale (Tpc) di Roma e coordinata dalla Procura di Verona.
Il blitz si è concluso con un bilancio di otto perquisizioni a carico di altrettanti indagati distribuiti tra le province di Verona, Rovigo, Mantova e Rimini e il recupero di una vera e propria piccola fortuna archeologica. Le accuse contestate sono, a vario titolo, di furto e ricettazione di beni culturali e ricerche archeologiche clandestine. L’indagine ha preso il via lo scorso marzo dal monitoraggio dei canali e-commerce, dove i militari romani avevano notato l’anomala attività di un utente capace di piazzare sul mercato nero, in Italia e all’estero, centinaia di monete e reperti antichi appena estratti dalla terra. Per mesi i Carabinieri hanno seguito i suoi affari mossi nell’ombra, realizzati mascherando le compravendite illecite sotto diciture generiche e affidando le spedizioni a canali introvabili. Il castello di carte è però crollato il 15 giugno scorso, quando gli uomini del Tpc hanno fatto irruzione nell’abitazione dell’uomo. La perquisizione ha portato al sequestro di un primo lotto di reperti di immenso valore archeologico e di un arsenale tecnico per lo scavo. L’analisi del materiale informatico e dei contatti ha permesso quindi agli investigatori di mappare l’intero sodalizio e la sua rigida gerarchia.
In particolare la filiera partiva dai “tombaroli” operativi lungo l’asta del Canal Bianco e tra le campagne veronesi e mantovane. Guidati da basisti locali che segnalavano terreni propizi e percorsi al riparo dalle gazzelle dell’Arma, i predatori di reperti razziavano il sottosuolo per poi alimentare due distinti canali di vendita. Da un lato un reticolato di spedizioni anonime sul web destinate a collezionisti italiani e stranieri, dall’altro un negozio compiacente del mantovano che fungeva da centrale di stoccaggio, riciclaggio e monetizzazione.
Nel corso dell’operazione i militari hanno recuperato un patrimonio inestimabile: 400 tessere musive di epoca romana, oltre 300 monete antiche, circa 500 reperti metallici e fittili (tra cui fibule e anelli), 30 selci lavorate e persino una scultura in bronzo raffigurante la divinità di Giove, oltre all’intero arsenale tecnologico impiegato per i saccheggi.
Stampa questa notizia




