Non solo emergenza sanitaria e sociale: l’innalzamento delle temperature inizia a pesare anche su imprese e consumi. Secondo una stima di Confesercenti, convivere ogni anno con trenta-sessanta giorni di caldo intenso può pesare sull’economia italiana tra i 6 e i 12 miliardi di euro, pari a circa lo 0,2-0,4% del Pil, tra maggiori costi energetici, minore produttività, investimenti obbligati e fatturato perso nei settori più esposti. È quanto emerge da un approfondimento condotto dall’Ufficio Economico Confesercenti sull’impatto delle alte temperature sull’economia del Paese, in questo momento al suo picco: già da venerdì il ministero della Salute ha esteso a 16 città il cosiddetto bollino rosso, il massimo nel sistema di allerta nazionale.
Edilizia, agricoltura e logistica i settori più esposti
Per quanto riguarda l’impatto sulla produttività, sopra i 35 gradi stabili la resa del lavoro cala: crescono errori e assenze per malattia e diminuisce la capacita’ di sforzo fisico. I settori più esposti sono l’edilizia, l’agricoltura, la logistica, il commercio ambulante e le manutenzioni, insieme ai piccoli esercizi e al turismo all’aperto, dai mercati ai pubblici esercizi con dehors.
Se le giornate ad alto stress termico continuano a moltiplicarsi, il Paese rischia di perdere migliaia di ore lavorate ogni anno. Nelle ore centrali della giornata, inoltre, le alte temperature svuotano le strade. A guadagnarne sono i grandi contenitori climatizzati e le piattaforme online; a rimetterci sono i mercati, i negozi dei centri storici e gli esercizi di vicinato, che si ritrovano davanti a un ulteriore fattore di pressione dopo quello dell’e-commerce e della delocalizzazione delle vendite. Cambiano anche i consumi: le imprese del commercio moda registrano il calo degli acquisti dei capi invernali più pesanti, penalizzati da stagioni fredde sempre piu’ brevi, mentre nella ristorazione i dehors perdono attrattività e nelle giornate roventi i clienti preferiscono le sale climatizzate. Impatto anche su turismo e ristorazione: i flussi tendono a spostarsi verso i mesi spalla di giugno e settembre, a scapito del cuore dell’estate, con una domanda che si redistribuisce verso le aree montane e penalizza le città d’arte nelle settimane più calde. Anche la ristorazione vede criticità: paradossalmente, l’afa estiva scoraggia l’uso dei dehors, riducendo la capacita’ potenziale dei pubblici esercizi. “Il caldo estremo è diventato una vera e propria tassa climatica. Il fenomeno ha smesso di essere un’emergenza meteorologica per diventare una variabile economica strutturale, che incide su investimenti, produttività, spesa e abitudini di consumo, anche turistiche. Una sfida che non si vince lasciando il problema all’iniziativa delle singole famiglie e imprese”, commenta Nico Gronchi, presidente di Confesercenti. “Serve un cambio di paradigma, con interventi strutturali. La soluzione nel lungo periodo probabilmente risiede nella riqualificazione termica profonda degli edifici e delle strutture commerciali e in una rigenerazione urbana adattiva. Senza investimenti coraggiosi e immediati nella resilienza delle città, il cambiamento climatico continuerà ad agire come un acceleratore della crisi economica, svuotando lo spazio pubblico e indebolendo la competitività del sistema Paese”, conclude Gronchi.
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