Un balletto davanti alla pensilina di un autobus. Una canotta nera, shorts di jeans, scarpe da ginnastica viola e uno smalto azzurro. Pochi secondi di video, pubblicati su TikTok, che sembrano raccontare una normale serata tra adolescenti. Poi il dettaglio che cambia tutto: una collanina d’oro stretta tra i denti e mostrata con un sorriso alla telecamera. Secondo gli investigatori, proprio quel gioiello sarebbe stato il bottino di una rapina consumata poche ore prima nel centro di Milano.

È anche grazie a quella clip, condivisa su un profilo seguito da oltre 95 mila persone, che la Squadra mobile è riuscita a risalire alla presunta autrice dell’aggressione, una diciassettenne arrestata insieme a una quindicenne con l’accusa di aver rapinato una ventiduenne nei pressi delle Colonne di San Lorenzo. Una vicenda raccontata dal Corriere della Sera che, al di là del singolo fatto di cronaca, riporta sotto i riflettori un fenomeno sempre più visibile: quello delle cosiddette maranzine, la versione femminile dei più noti “maranza”.

Per anni il termine maranza ha indicato semplicemente un ragazzo “tamarro”, appariscente, sopra le righe. Una parola nata a Milano e diffusa già negli anni Ottanta, tanto da comparire perfino nei primi testi di Jovanotti. Oggi, però, il suo significato è cambiato. Nell’immaginario collettivo identifica gruppi di adolescenti accomunati da uno stile ben preciso – tute firmate, sneakers, borselli a tracolla, musica trap – ma soprattutto da un atteggiamento provocatorio e, nei casi più gravi, da comportamenti violenti.

Negli ultimi anni anche le ragazze hanno iniziato a occupare uno spazio sempre più rilevante in questo universo. Le cronache milanesi raccontano di gruppi femminili coinvolti in rapine, aggressioni e pestaggi, spesso immortalati dagli stessi protagonisti sui social network. TikTok e Instagram non sono soltanto strumenti di comunicazione: diventano il luogo dove costruire la propria identità, ottenere consenso e trasformare ogni gesto in uno spettacolo destinato a raccogliere visualizzazioni.

Il caso raccontato dal Corriere è emblematico proprio per questo. La presunta refurtiva non viene nascosta, ma esibita. Il video, nato probabilmente per celebrare il colpo, si trasforma in un elemento investigativo. Gli agenti incrociano le immagini delle telecamere di sorveglianza, i filmati registrati dalla vittima e i contenuti pubblicati online, ricostruendo movimenti, frequentazioni e luoghi abituali delle due minorenni. I social, da strumento di autoaffermazione, diventano così una prova.

Milano è ormai il principale osservatorio di questo fenomeno. Le Colonne di San Lorenzo, la Darsena, piazza Gae Aulenti, corso Como e alcune stazioni ferroviarie ricorrono spesso nelle cronache come punti di ritrovo di gruppi di adolescenti. Luoghi centrali, facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici, che diventano scenografie perfette per video e dirette social, contribuendo a rafforzare il senso di appartenenza al gruppo.

Ma fermarsi alla cronaca significherebbe raccontare soltanto una parte della storia.

Dietro l’immagine stereotipata delle maranzine si nasconde infatti un universo molto più complesso. Educatori, psicologi e magistrati minorili invitano da tempo a evitare facili semplificazioni. Non tutte le ragazze che adottano un certo stile di abbigliamento o un determinato linguaggio appartengono a baby gang, così come non tutti i gruppi di adolescenti che frequentano gli stessi luoghi sono coinvolti in attività criminali.

L’esperienza di chi lavora ogni giorno con i minori autori di reato restituisce un quadro ben diverso da quello che emerge nei video di TikTok. Domenica Belrosso, per anni direttrice degli istituti penali minorili di Milano e Pontremoli, racconta di ragazze cresciute in contesti familiari fragili, segnati da povertà educativa, dipendenze, violenza domestica e assenza di figure adulte capaci di rappresentare un punto di riferimento. In molti casi, osserva, il gruppo sostituisce la famiglia e diventa l’unico luogo in cui sentirsi riconosciute.

Anche lo psicoterapeuta Alfio Maggiolini, docente dell’Università di Milano-Bicocca, invita a leggere il fenomeno senza lasciarsi condizionare dalle etichette. La ricerca di appartenenza, il bisogno di visibilità e il desiderio di costruire una propria identità rappresentano caratteristiche comuni a molti adolescenti. Quando però questi bisogni si intrecciano con contesti di forte marginalità sociale, dispersione scolastica e carenza di opportunità educative, il rischio che sfocino nella devianza aumenta sensibilmente.

Non è un caso che, nel provvedimento con cui è stata disposta la custodia cautelare delle due minorenni coinvolte nella rapina di Porta Ticinese, il giudice abbia sottolineato «l’assenza di adeguati modelli adulti di riferimento» e disposto un’indagine approfondita sul loro contesto familiare e ambientale. Un passaggio che richiama un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: la repressione interviene quando il reato è già stato commesso, mentre la prevenzione passa inevitabilmente dalla scuola, dalla famiglia, dai servizi sociali e dai presìdi educativi presenti nei quartieri.

Le maranzine rappresentano quindi molto più di una moda o di un’etichetta giornalistica. Sono il sintomo di una trasformazione che attraversa il mondo adolescenziale, dove la costruzione dell’identità passa sempre più attraverso i social network, la ricerca di consenso immediato e l’appartenenza a un gruppo. In questo contesto, la violenza può diventare linguaggio, il video una forma di legittimazione e la popolarità online un obiettivo da raggiungere a qualsiasi costo.

Raccontare questo fenomeno significa allora trovare un equilibrio difficile ma necessario: riconoscere la gravità dei reati commessi, senza trasformare un’intera generazione in uno stereotipo. Perché dietro ogni “maranzina” c’è certamente una responsabilità individuale, ma spesso anche una storia di fragilità, esclusione e assenza di opportunità che merita di essere compresa, oltre che giudicata.

di redazione AltovicentinOnline

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