La «moria» dei centri storici non è più un’impressione nostalgica da bottegai, ma un fenomeno misurabile, documentato e ormai trasversale a tutto il Paese. A dirlo sono i numeri dell’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale di Nomisma, che raccontano un decennio di arretramento costante dei negozi di vicinato e un parallelo avanzare dei grandi brand internazionali.
Nel solo Veneto, tra il 2015 e il 2025 hanno abbassato la serranda quasi diecimila attività commerciali tradizionali, una perdita che rappresenta da sola un ottavo dell’intero saldo nazionale, pari a 86 mila negozi scomparsi. Le città d’arte e i centri storici—un tempo mosaici di piccole botteghe e servizi di prossimità—sono oggi segnati da un numero crescente di vetrine spente e locali sfitti, sintomo evidente di una desertificazione commerciale che si intreccia con il degrado urbano.
Una crisi che non si ferma ai confini regionali
Se la riduzione media dei negozi in Italia è del 6,7% nell’ultimo decennio, in alcune aree del Veneto il calo sfiora il 20%. Padova e Treviso guidano la classifica negativa con oltre 2.000 attività perse ciascuna; seguono Verona (-1.536), Vicenza (-1.316) e Venezia (-1.266). Le province più piccole, come Rovigo (-964) e Belluno (-750), mostrano numeri inferiori solo per ragioni demografiche.
La dinamica, però, è identica in tutto il Paese: i negozi di vicinato arretrano, mentre avanzano i marchi globali che aprono punti vendita «extra large» oppure micro-corner da 100-200 metri quadrati nei luoghi di maggior passaggio, soprattutto turistici.
Paradosso italiano: meno negozi, più addetti e ricavi
Il quadro assume tratti paradossali. Mentre la rete distributiva tradizionale si assottiglia, il numero degli addetti cresce a doppia cifra, raggiungendo circa 251 mila unità. Crescono anche i ricavi medi delle imprese rimaste attive: +37,6% a livello nazionale, con punte del +53,7% a Belluno e del +40,2% a Padova.
È la prova di un mercato sempre più polarizzato, dove i grandi resistono e prosperano e i piccoli faticano a reggere la concorrenza del commercio online e dei colossi internazionali.
Affitti alle stelle e attività che non reggono
Il peso dei costi fissi continua a giocare un ruolo determinante. A fronte di prezzi di vendita degli immobili in calo del 9% su base nazionale, i canoni di locazione sono aumentati del 12,9%. In alcune aree del Veneto l’impennata è ancora più forte: Rovigo (+28,2%), Treviso (+26,1%), Belluno (+24,5%).
L’aumento degli affitti è spesso percepito come una causa diretta delle chiusure, ma secondo Michele Vigne, presidente veneto di Confedilizia, la responsabilità è più ampia: «Il fenomeno è ineluttabile per gli acquisti elettronici. Le trattative si fanno, ma metà se ne va in tasse, e i Comuni non trovano le risorse per garantire servizi basilari, come un marciapiede sistemato».
Le reazioni dei proprietari e gli scenari futuri
Per affrontare la crisi, nel mercato immobiliare emergono nuove strategie: cambi di destinazione d’uso, negozi concessi in comodato gratuito per non lasciarli sfitti, ricerca di spazi più piccoli e funzionali. Anche brand come Decathlon e OVS stanno adottando il modello del «mini store» in zone turistiche ad alta visibilità, come Jesolo.
Il risultato è un panorama urbano che cambia pelle: meno botteghe locali, più catene globali, più ristorazione—l’unico settore realmente in crescita nel post-pandemia—e una rete commerciale di prossimità sempre più fragile.
Una perdita che è anche sociale
La scomparsa dei negozi non è solo un problema economico. Secondo Nomisma, la riduzione dei punti vendita di quartiere indebolisce le relazioni, svuota i luoghi di comunità, cancella presidî sociali e culturali essenziali. I centri storici, privati della loro trama commerciale diffusa, rischiano di trasformarsi in scenografie vuote, polarizzate tra turismo mordi e fuggi e grandi marchi globali.
La moria dei negozi di vicinato non è quindi un fenomeno locale, né passeggero: è una trasformazione strutturale che sta ridefinendo l’identità urbana di tutte le città italiane.
di Redazione AltovicentinOnline
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