Chissà quanti musulmani come lui avrebbero voglia di esprimere gli stessi concetti, ma non ne hanno il coraggio. Un invito a osservare la realtà con maggiore equilibrio, evitando di trasformare alcune situazioni individuali in un giudizio sull’intera comunità musulmana. È quello che arriva da Dahir Abdelhadi, 48 anni, operaio in una ditta di Breganze, residente a a Thiene che interviene nel dibattito sull’integrazione e, in particolare, sulla condizione delle donne musulmane. Dahir, sposato e padre di due bellissime bambine di nome Sara ed Ines ha anche scritto alla nostra redazione, manifestando il proprio pensiero che è quello di una persona ben integrata e che merita ascolto. Spiega che è arrivato in Italia nel 1989 dal Marocco, ma oggi si sente cittadino veneto a tutti gli effetti.
La sua è una riflessione che nasce dalle considerazioni apparse nei commenti a un precedente post e che punta il dito soprattutto contro le generalizzazioni. Uno sfogo sacrosanto dopo parole a volte non carini da parte di chi sui social giudica senza conoscere e in maniera sprezzante “la diversità”.
«Capisco che vedere alcune situazioni possa far nascere domande sull’integrazione, soprattutto quando si parla della condizione delle donne – scrive Dahir –. Ma c’è una cosa che secondo me dobbiamo evitare: trasformare ciò che vediamo in strada in una sentenza su un’intera comunità».
I giudizi che fanno male
Il riferimento è a giudizi come “nessuna lavora”, “nessuna guida”, “nessuna parla italiano”. Affermazioni che, secondo Dahir, presupporrebbero una conoscenza della vita privata di tutte le donne osservate. «Dire che “nessuna lavora”, “nessuna guida”, “nessuna parla italiano” significa conoscere la vita privata di tutte queste donne. E questo semplicemente non è possibile».
«Mia moglie guida, lavora ed è libera di decidere»
Dahir affronta il tema anche partendo dalla propria esperienza personale. «Io sono musulmano e posso parlare anche della mia esperienza: mia moglie guida, lavora, esce con le sue amiche ed è libera di prendere le proprie decisioni». Un esempio personale che l’autore del post utilizza per sottolineare come all’interno della comunità musulmana possano esistere realtà molto diverse.
«Ci sono tantissime famiglie musulmane che vivono esattamente così. E questo non significa rinunciare alla propria fede o alle proprie origini».
Il messaggio, però, non è quello di negare l’esistenza di situazioni problematiche.
Al contrario, Dahir riconosce che esistano casi nei quali la libertà delle donne viene limitata e ritiene che queste situazioni debbano essere affrontate senza ambiguità. «Se una donna viene costretta, controllata, privata dell’istruzione, del lavoro o della propria libertà, è giusto parlarne e soprattutto aiutarla. La violenza e la sottomissione non possono essere giustificate né dalla religione né dalla cultura».
Religione, cultura e comportamenti non sono la stessa cosa
È proprio questa, secondo Dahir, una delle distinzioni fondamentali da mantenere quando si affronta il tema dell’integrazione. «Dobbiamo distinguere religione, cultura e comportamento individuale». Una distinzione che vale anche quando si parla del velo, spesso diventato uno dei simboli più discussi nel confronto tra culture e modelli sociali differenti.
Per Dahir, però, il semplice fatto che una donna indossi il velo non permette di stabilire se quella persona sia libera oppure sottomessa. «Non tutte le donne musulmane portano il velo e il velo, da solo, non dimostra che una donna sia sottomessa». Il principio, aggiunge, dovrebbe essere quello della libertà individuale. «Se una donna decide liberamente di portare il velo, deve poterlo fare; se decide di non portarlo, deve essere altrettanto libera». Una posizione che sposta la questione dal giudizio sull’abbigliamento alla possibilità concreta di scegliere.
«Chi vive in Italia deve rispettare le leggi italiane»
Dahir affronta anche il tema dell’integrazione, sottolineando che il rispetto delle differenze non può significare assenza di regole comuni. «Io credo nell’integrazione, ma nell’integrazione vera: chi vive in Italia deve rispettare le leggi italiane, imparare a convivere con gli altri, rispettare la libertà altrui e contribuire alla società». Un’integrazione, dunque, che secondo lui deve fondarsi su diritti e doveri reciproci. Da una parte chi arriva in Italia deve confrontarsi con le regole e i valori fondamentali della società nella quale sceglie di vivere. Dall’altra, chi accoglie non dovrebbe trasformare la diversità culturale o religiosa in una colpa. «Anche noi dobbiamo avere la maturità di conoscere le persone prima di giudicarle».
«Non saremo mai tutti uguali»
Il ragionamento di Alberto arriva così al tema più ampio della convivenza. «Non saremo mai tutti uguali, e forse è proprio questo il bello di una società. Possiamo avere religioni, tradizioni e abitudini diverse e comunque rispettarci». Una diversità che, secondo l’autore del post, non dovrebbe essere considerata incompatibile con l’appartenenza alla società italiana. «Io sono musulmano e non pretendo che nessuno accetti la mia religione. Chiedo soltanto di non essere giudicato per ciò che sono, ma per ciò che faccio. E sono disposto a usare lo stesso metro con gli altri». È probabilmente il passaggio che riassume meglio il senso della sua riflessione: non chiedere che le differenze vengano ignorate, ma che non diventino automaticamente un motivo per attribuire a un’intera comunità comportamenti osservati soltanto in alcuni casi.
«Le persone non si conoscono guardandole passare per strada»
La riflessione di Dahir si chiude con un invito al confronto diretto. «Le persone non si conoscono guardandole passare per strada. Si conoscono quando ci si parla, quando si lavora insieme, quando si entra nelle loro case e quando si scopre la loro storia». Un concetto che porta Dahir a mettere in discussione anche le conclusioni più drastiche sull’integrazione. «Prima di dire che l’integrazione è fallita, forse dovremmo chiederci se abbiamo davvero provato a conoscere queste persone una per una». E la sua conclusione è un richiamo a un’idea di convivenza nella quale l’integrazione non venga interpretata come la cancellazione delle differenze. «L’integrazione non è “noi contro loro”. È imparare a vivere insieme, con diritti, doveri e rispetto reciproco».
Serve più dialogo: ” Penso che servirebbe molto più dialogo, soprattutto a livello locale – conclude – . A Thiene, per esempio, mi piacerebbe vedere un vero punto di ascolto per gli stranieri, dove possano raccontare le proprie difficoltà e chiedere aiuto, ma anche un luogo dove i cittadini possano esprimere liberamente le proprie preoccupazioni, i propri dubbi e le proprie proposte. Perché l’integrazione non può essere un monologo. Non può essere soltanto “voi dovete integrarvi” e nemmeno “voi dovete accettarci così come siamo”. Deve essere un percorso fatto insieme. E voglio chiarire anche un’altra cosa: io non sono né di destra né di sinistra. Non mi interessa dividere le persone in fazioni o trasformare ogni problema in una battaglia politica. Chiedo semplicemente ai nostri politici di tornare a occuparsi delle cose concrete che riguardano la vita quotidiana delle famiglie. Parliamo delle famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese, del costo della vita, della benzina, delle bollette, del lavoro, degli stipendi, delle pensioni e dei giovani che cercano di costruirsi un futuro. Parliamo delle nostre Forze dell’Ordine, che ogni giorno rischiano la propria vita per garantire la sicurezza di tutti. A loro dobbiamo rispetto, attenzione e strumenti adeguati per poter svolgere il proprio lavoro. Sono questi i problemi sui quali vorrei vedere confrontarsi la politica. Non soltanto divisioni, slogan e polemiche continue. Le persone hanno bisogno di risposte concrete. Io sono musulmano e rispetto la mia fede, ma questo non mi impedisce di rispettare chi non crede, chi crede in modo diverso o chi appartiene a un’altra religione. Allo stesso modo, mi aspetto che la mia libertà venga rispettata, nel rispetto delle leggi e delle regole comuni. Credo che possiamo fare molto meglio. Meno etichette, meno paura e meno generalizzazioni. Più dialogo, più ascolto e più attenzione ai problemi concreti delle persone. Perché alla fine non dobbiamo vivere gli uni contro gli altri. Viviamo nella stessa comunità, nelle stesse città e, come tutti, sotto lo stesso cielo”.
di redazione AltovicentinOnline
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