di maurizio dal santo
La nuova legge elettorale promette stabilità con premio di maggioranza e soglia al 40%. Ma senza preferenze l’elettore non potrà scegliere chi lo rappresenta
La riforma in discussione punta a garantire governi più solidi e maggioranze stabili. Ma l’assenza delle preferenze riapre un tema cruciale: il rapporto tra elettori ed eletti in un Paese dove l’astensione continua a crescere.
In democrazia votare dovrebbe significare scegliere.
Eppure da anni gli elettori italiani si trovano davanti a un paradosso sempre più evidente:
possono votare il partito, ma non scegliere chi li rappresenterà in Parlamento.
La nuova legge elettorale promette stabilità e governi più solidi. Ma lascia intatto proprio questo nodo.
«Si chiede agli elettori di votare. Ma non di scegliere.»
Cosa cambia davvero
Il Rosatellum verrebbe archiviato e sostituito da un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità.
In sintesi:
– distribuzione proporzionale dei seggi tra liste e coalizioni
– premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato sopra il 40%
– possibile ballottaggio se nessuno raggiunge la soglia
– sbarramento al 3%
– indicazione preventiva del candidato premier
– liste bloccate, senza preferenze
In termini semplici: l’elettore vota il simbolo del partito, ma non può scegliere il candidato.
L’ingegneria della stabilità
La logica della riforma è chiara: evitare governi fragili e maggioranze instabili.
Il premio di maggioranza garantisce numeri più certi.
La soglia al 40% spinge verso coalizioni più ampie.
Lo sbarramento al 3% riduce la frammentazione.
Dal punto di vista tecnico il meccanismo appare coerente.
Ma le leggi elettorali non sono solo formule matematiche. Sono anche strumenti di fiducia democratica.
Il nodo delle preferenze
Il punto più controverso della riforma resta l’assenza delle preferenze.
Le liste rimangono bloccate e l’ordine degli eletti viene deciso dalle segreterie dei partiti prima del voto.
In pratica:
l’elettore vota,
ma la selezione dei parlamentari avviene altrove.
È un elemento che pesa soprattutto in un contesto già segnato da una forte disaffezione politica.
Un Paese che vota sempre meno
Alle elezioni politiche del 2022 ha votato il 63,9% degli aventi diritto: il dato più basso della storia repubblicana.
In molte grandi città l’affluenza è scesa sotto il 60%.
Parallelamente la fiducia nei partiti resta tra le più basse tra le istituzioni.
In questo contesto, riproporre un sistema che non consente agli elettori di scegliere direttamente il candidato rischia di accentuare la distanza tra cittadini e politica.
Stabilità e rappresentanza
La stabilità è certamente un valore per qualsiasi sistema politico.
Ma la stabilità numerica non coincide automaticamente con la legittimazione democratica.
Un parlamentare eletto con preferenze risponde direttamente agli elettori.
Un parlamentare inserito in lista risponde inevitabilmente a chi ne ha deciso la candidatura.
È una differenza che incide sulla percezione stessa della rappresentanza.
Un monito alla politica
Luigi Einaudi ricordava che la democrazia vive di cittadini che possono «conoscere per deliberare».
Ma deliberare significa anche poter scegliere.
Norberto Bobbio ha scritto che la democrazia è prima di tutto un sistema di regole che stabilisce chi può prendere le decisioni collettive e con quali procedure.
Quando quelle regole restringono lo spazio della scelta degli elettori, il rischio non è soltanto tecnico o istituzionale. È politico.
Le maggioranze si costruiscono con i numeri.
La democrazia si costruisce con la fiducia.
E la fiducia nasce solo quando i cittadini possono scegliere chi li rappresenta.
Senza scelta, solo rito.
Stampa questa notizia




