Anche se, il giorno dopo la notizia pubblicata da Il Giornale di Vicenza sul “bubbone” del Consorzio di Polizia Locale Nevi, la maggior parte dei sindaci fa la parte di chi si dice stupito, il malcontento e l’insoddisfazione per un servizio pagato profumatamente, ma che non corrisponde alla presenza sulle strade delle divise, c’erano da tempo.
Per circa un anno, il sindaco di Villaverla Enrico De Peron, presidente del Cda, avrebbe tentato di mediare fino alla decisione di dimettersi: qualcosa che non era mai accaduto dal 2006, anno di nascita di questo modello imitato in tutto il Veneto e in tutta Italia. Ora si spera che la situazione si possa risolvere mettendosi tutti attorno a un tavolo.
Vuole crederci l’assessore alla Sicurezza di Villaverla Ruggero Gonzo, che meglio di tutti conosce quella “creatura” con base operativa a Thiene, in via Rasa, ma che non ha mai fatto mancare la propria presenza in tutti i comuni limitrofi.
«Alla fine, quello che non si vuole capire – perdendosi in pettegolezzi sterili – è che i sindaci devono rispondere ai cittadini, che se non vedono le pattuglie sulla strada tirano per la giacca noi. Perché pagano le tasse, noi “compriamo” le ore di servizio degli agenti, che dovrebbero stare sulla strada a proteggere la gente. Sembra cambiata la gestione da qualche tempo: troppi uomini in ufficio, e chi sta a vigilare le case, a proteggerle dai ladri e a prevenire i reati?»
Con il pragmatismo che lo ha sempre contraddistinto, Gonzo non usa giri di parole: «Bene ha fatto il mio sindaco a prendere la decisione di dimettersi, perché qui fino ad ora le scelte ci sono calate dall’alto, e non si fa così. Il Nevi è un Consorzio dove tutti paghiamo in proporzione al numero di abitanti e tutti dobbiamo avere voce in capitolo».
Il cambiamento è stato avvertito
Il cambiamento dopo la gestione Scarpellini è stato avvertito a tutti i livelli, e non per un difetto del nuovo comandante Filippo Colombara, ma per una “diversità di razza”. Due curriculum completamente diversi, due generazioni distinte e due approcci al lavoro distanti anni luce. Come paragonare i parroci di una volta, che andavano a cercare i ragazzi disagiati nelle strade dei quartieri per portarli in chiesa e sulla retta via, a quelli che restano chiusi in canonica. O come paragonare i cronisti di vent’anni fa, che le notizie dovevano andarsele a cercare sulla strada, a quelli di oggi, che si limitano a fare copia-incolla dei comunicati stampa ricevuti via mail.
Filippo Colombara è più un burocrate; Scarpellini era un operativo, che non prendeva ferie e lo si trovava anche nei campi rom a convincere gli occupanti abusivi a lasciare le aree. Era uno che rispondeva al telefono a tutte le ore e che, ora che è in pensione, la moglie forse non crederà di avere finalmente in casa, visto che prima sembrava risiedere nel suo ufficio al primo piano dello stabile di via Rasa.
Un investigatore vecchia maniera, che se mancava personale in strada, ci andava lui personalmente. Conosceva per nome di battesimo tutti i suoi uomini, che non erano solo sottoposti ma membri di una grande famiglia: se le risorse erano poche, sapeva convincerti a dare di più al Consorzio in nome di uno spirito d’appartenenza.
È legittimo che oggi i sindaci che hanno vissuto quei tempi lo rimpiangano. «Niente da dire al personale, anzi: sappiamo che da 70 siamo scesi a circa 50 unità. Ma discutiamone tutti insieme, con voglia di collaborare e senza personalismi, né pettegolezzi – conclude Gonzo con saggezza –. Mettersi in discussione è qualcosa di positivo. Chiediamoci perché un tempo, come Consorzio Nevi, eravamo un modello che venivano ad osservare per replicarlo in altre città, e ora non lo siamo più, a fronte di spese che specialmente i piccoli comuni non possono più sostenere. Troviamo soluzioni, che fino ad ora ci si è ostinati a non trovare. Ripeto: basta con le decisioni calate dall’alto».
Natalia Bandiera
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