A Padova c’è un progetto che, senza clamori, sta cambiando la vita di anziani e studenti e che oggi appare come uno dei modelli più interessanti per affrontare due problemi destinati a crescere: la solitudine degli over 65 e la crisi abitativa che soffoca migliaia di giovani fuori sede. La Coabitazione intergenerazionale, attiva dal 2023 e cresciuta fino a superare le cinquanta convivenze, è più di una soluzione abitativa: è un esperimento sociale che sta ridisegnando i legami tra generazioni.
Le storie raccolte mostrano con chiarezza ciò che i numeri non riescono a spiegare fino in fondo. Una stanza in più diventa una finestra aperta sul mondo. Per gli anziani, spesso reduci da un “nido vuoto”, ritrovare la luce accesa a casa quando si rientra la sera significa tornare a sentire la casa viva, abitata. Per gli studenti, specie quelli che arrivano da lontano , dall’India, dalla Colombia, dalla Palestina, significa trovare un radicamento umano in una città che altrimenti rischia di essere soltanto un luogo di passaggio.
Il progetto funziona perché non mette insieme due fragilità, ma due bisogni che possono incontrarsi: compagnia e ascolto da un lato, un luogo accessibile e accogliente dall’altro. È un patto che genera fiducia, non assistenza. Gli studenti pagano un affitto sostenibile, tra i 250 e i 350 euro; gli anziani, in cambio, offrono ciò che spesso manca nelle grandi città: stabilità, cura quotidiana, un punto di riferimento.
Padova si è distinta anche per un elemento decisivo: il ruolo del Comune come garante pubblico. Questo ha permesso agli over 65 di sentirsi tutelati e di superare le paure iniziali, affidando la gestione del progetto a un’unità operativa dedicata e a un accompagnamento professionale costante, curato dalla cooperativa Il Raggio Verde. Dietro ogni convivenza c’è un lavoro di ascolto, abbinamento, monitoraggio: una regia discreta che trasforma un semplice accordo abitativo in un’esperienza di relazione.
A colpire è soprattutto la qualità dei legami che nascono. C’è chi continua a vedersi ogni settimana in palestra, chi mantiene contatti anche dopo la fine della convivenza, chi ha ospitato i genitori dello studente e poi è stato ospitato a sua volta in un altro continente. Si intrecciano storie quotidiane fatte di tè condivisi, lavoretti nell’orto, serate a teatro, tradizioni che si incontrano e si trasformano. Questo modello, ora sostenuto anche da un finanziamento regionale, apre una domanda che va oltre Padova: può la coabitazione intergenerazionale diventare una risposta strutturale alla crisi abitativa e alla solitudine diffusa?
Il potenziale c’è, soprattutto nelle città universitarie dove la richiesta di alloggi supera di gran lunga l’offerta. Ma il valore più grande non è solo economico. È culturale. È la possibilità di ricostruire un’alleanza tra generazioni che, negli ultimi decenni, si è progressivamente indebolita. È la prova che la casa, quando diventa luogo di incontro e non solo di consumo, può produrre benessere e sicurezza di comunità.
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