Quasi due su tre arrivano alla laurea nei tempi previsti, la maggioranza è soddisfatta del percorso scelto e, al momento di affacciarsi al lavoro, i laureati del 2025 si mostrano più selettivi delle generazioni precedenti: meno disposti a “prendere qualsiasi cosa”, più determinati a vedere riconosciuto il valore del proprio titolo.
Sono questi alcuni dei tratti che emergono dal XXVIII rapporto AlmaLaurea 2026, che ha coinvolto 335 mila laureati del 2025 e un numero analogo di chi ha concluso gli studi nel 2020, tracciando così anche gli sbocchi occupazionali a distanza di cinque anni.
Una larga quota di studenti arriva alla laurea senza accumulare anni di fuori corso, segno di una maggiore programmazione dei percorsi. Ma il vero cambio di passo si nota al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro.
Circa due laureandi su tre (66,9%) dichiarano che non accetterebbero uno stipendio sotto i 1.500 euro netti per un lavoro a tempo pieno.
Cresce anche il rifiuto verso impieghi che non hanno attinenza con il percorso di studi: dieci anni fa quasi il 90% dei neolaureati avrebbe comunque accettato un lavoro in un settore diverso, oggi la quota è scesa a circa tre su quattro, con un aumento di 10,8 punti percentuali di chi sarebbe pronto a dire di no a offerte incoerenti.
Nonostante questo, la mancata corrispondenza tra studi e lavoro resta un problema concreto: riguarda ancora il 39,4% dei laureati di primo livello e il 32,5% dei magistrali. La situazione migliora nettamente per i cosiddetti “figli d’arte”, soprattutto tra medici, avvocati, notai e, più in generale, nelle libere professioni, dove le reti familiari continuano a rappresentare un canale privilegiato per un inserimento “morbido” e spesso coerente con il titolo.
Occupazione oltre il 90%, ma con molte ombre
Sul fronte strettamente occupazionale, i dati a cinque anni dalla laurea appaiono positivi: tasso di occupazione sopra il 90%, con 91,7% per le triennali e 94,4% per le magistrali. Ma le buone notizie si fermano qui. Sotto la superficie, il rapporto conferma squilibri di genere, territoriali e sociali che continuano a incidere sulla qualità e sulle condizioni del lavoro dei laureati.
Gender gap: stipendi e presenza nelle materie STEM
Le differenze tra uomini e donne non si colmano: a parità di titolo, gli uomini percepiscono in media 67 euro netti al mese in più rispetto alle donne. Nelle discipline STEM (scientifiche e tecnologiche), dove la presenza femminile era già minoritaria, la situazione peggiora: la quota di laureate è scesa dal 41,1% al 40,5% nell’ultimo anno.
Un dato particolarmente significativo se si considera che le donne rappresentano ormai circa il 60% dei laureati complessivi. In altri termini, le studentesse sono la maggioranza all’università, ma restano sottorappresentate proprio nei settori più strategici per l’innovazione e spesso meglio retribuiti.
Nord e Sud, un divario che non si chiude
Il rapporto conferma anche il persistente squilibrio territoriale: un laureato che vive o lavora al Nord ha il 34,8% di probabilità in più di trovare un’occupazione rispetto a un coetaneo che risiede al Sud. Sul piano retributivo, chi lavora nelle regioni settentrionali guadagna in media 68 euro netti al mese in più.
Si tratta di differenze che, sommate nel tempo, pesano sulle prospettive di autonomia, risparmio e investimento dei giovani, contribuendo a rafforzare le dinamiche di migrazione interna verso le aree più forti del Paese.
Un’università ancora “ereditaria”
Accanto ai divari di genere e territoriali, emerge con forza anche il divario sociale: la quota di laureati con almeno un genitore laureato è passata dal 32,2% al 34,7% in un solo anno.
Questo aumento non riflette tanto un’espansione equa dell’accesso all’università, quanto la persistenza di un sistema in cui il capitale culturale e le risorse familiari continuano a giocare un ruolo decisivo. In altre parole, la laurea rimane un titolo più facile da ottenere per chi parte già da una posizione avvantaggiata.
Da qui il richiamo del rapporto alla necessità di rafforzare il diritto allo studio – borse, alloggi, servizi, orientamento – per evitare che l’università continui a riprodurre disuguaglianze invece di ridurle.
Un Paese che resta in coda in Europa
Sul piano internazionale, l’Italia continua a presentare un quadro poco confortante: nella fascia 25-34 anni, solo il 31,1% possiede un titolo universitario. Un livello che ci mantiene nelle ultime posizioni in Europa e lontani dagli obiettivi comunitari di incremento dell’istruzione terziaria. Il paradosso è evidente: i giovani che arrivano alla laurea sono più consapevoli, più esigenti, più determinati a vedere riconosciuto il proprio investimento formativo, ma restano ancora troppo pochi rispetto agli standard europei.
Una generazione più consapevole, un sistema ancora in ritardo
Il quadro che emerge dal rapporto AlmaLaurea è quello di una generazione che: studia di più e meglio, con percorsi più lineari; chiede coerenza tra titolo di studio e lavoro; rifiuta stipendi troppo bassi rispetto all’investimento fatto in formazione.
Dall’altra parte, però, persiste un sistema che: fatica a valorizzare economicamente la laurea; mantiene divari marcati tra uomini e donne, Nord e Sud, famiglie istruite e non; non riesce a fare della laurea un bene realmente accessibile e “non ereditario”.
Se l’obiettivo è colmare il ritardo con il resto d’Europa, il rapporto suggerisce una strada chiara: investire con più decisione su diritto allo studio, orientamento, politiche per l’occupazione qualificata e riduzione delle diseguaglianze. Perché l’ambizione e la consapevolezza dei giovani, da sole, non bastano se non trovano un sistema pronto a raccoglierle.
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