Beatrice Venezi, classe 1990, direttore d’orchestra e pianista, ha un curriculum reale: Orchestra della Toscana, Milano Classica, Festival Puccini, attività sinfonica e operistica. Si può discutere se fosse il profilo più adatto alla Fenice. Ma raccontarla come un’intrusa senza mestiere è stata la prima scorciatoia di una polemica costruita male e condotta peggio.
Il punto, infatti, non era la bacchetta. Era la sua collocazione politica. Venezi è stata contestata non solo per ciò che avrebbe diretto, ma per ciò che rappresentava. Il curriculum è diventato il paravento elegante di un rifiuto ideologico molto meno confessabile.
A rendere il quadro ancora più indigesto c’è poi un elemento che nessuno ammette volentieri: l’età e l’immagine pubblica di Venezi. Una donna di 36 anni, giovane, esposta mediaticamente e non corrispondente al profilo rassicurante del maestro venerabile da accogliere con inchino istituzionale, ha probabilmente irritato più di quanto si voglia confessare. Perché una cosa è celebrare il ricambio generazionale nei convegni, altra è accettarlo davvero quando sale sul podio e pretende di dirigere ambienti abituati a considerarsi intoccabili.
Orchestrali e maestranze possono avere opinioni, naturalmente. Ma non sono chiamati a scegliere da chi farsi dirigere, né a trasformare il dissenso in pressione organizzata contro una nomina legittimamente assunta dall’ente. Nel mondo privato sarebbe impensabile: nessun CdA di Stellantis sottoporrebbe ai dipendenti il nome del nuovo amministratore delegato. Solo in certa cultura del pubblico impiego ciò che altrove sarebbe considerato inaccettabile viene trattato come normale dialettica interna. Qui, invece, il dissenso ha superato il confine della critica professionale ed è scivolato in una delegittimazione pubblica, ostile, compiaciuta. Scioperi, pressione mediatica, contestazioni e infine perfino applausi per la sua estromissione: più che una vertenza culturale, un regolamento di conti.
Poi arrivano le frasi di Venezi sul familismo negli ambienti orchestrali. Parole dure, certo. Ma davvero qualcuno vuole sostenere che nel mondo pubblico italiano carriere, concorsi e incarichi siano sempre limpidi come acqua di fonte? Università, sanità, enti pubblici e fondazioni conoscono benissimo il peso di parentele, cordate, prossimità e appartenenze. Solo che normalmente si finge di non vedere.
Alla Fenice, invece, lo scandalo esplode in tempo reale. Non perché il tema sia inaudito, ma perché a pronunciarlo è la persona sbagliata. L’indignazione selettiva è diventata la specialità nazionale: il nepotismo indigna moltissimo, purché lo denunci qualcuno che non disturba il salotto giusto.
Ma il capitolo più miserabile riguarda chi l’ha nominata. L’ente, il sovrintendente e la politica che reggeva quella scelta non hanno difeso una decisione assunta pubblicamente. L’hanno lasciata evaporare al primo vento contrario. Prima la investono del ruolo, poi la consegnano alla piazza interna, sperando di salvarsi la faccia.
È la solita classe dirigente da corridoio: forte nei comunicati, fragile nelle conseguenze. Nomina, arretra, scarica. E chiama tutto questo responsabilità istituzionale.
Alla Fenice non si è discusso di musica. Si è deciso chi ha diritto di stare sul podio. E quando il podio non appartiene alla parrocchia culturale dominante, anche la meritocrazia diventa una stecca.
Mds
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