A Schiavon, a pochi chilometri dalla civilissima Bassano del Grappa non è andato in scena solo un incidente sul lavoro. È andata in scena un’idea precisa di che cosa, per qualcuno, valga la vita di un lavoratore straniero: meno di una sanzione, meno di un controllo, meno di un verbale dell’ispettorato. Un uomo ferito, abbandonato sull’asfalto, è la fotografia cruda di questo pensiero.
Un operaio in nero, 56 anni, di origine indiana, cade da diversi metri mentre lavora in un maneggio. Non ha un contratto, non ha tutele, non esiste sulle carte. È solo braccia, forza, ore da spremere. E quando si fa male, quando la realtà bussa alla porta con il rumore secco di una caduta, la risposta dei datori di lavoro è una: liberarsene. Caricarlo in auto, scaricarlo vicino all’ospedale, fuggire. Lasciarlo sanguinante in strada, sperando che qualcuno lo trovi. È la scena di un film di violenza, non la cronaca di una provincia veneta che amiamo raccontare come “operosa” e “civile”.
Serve dirlo con chiarezza: questo episodio non è una “bravata”, non è una “leggerezza”. È caporalato. È sfruttamento. È disumanità allo stato puro. È l’idea che un immigrato sia una cosa, non una persona. Una cosa che produce finché regge, poi si getta via, come uno strumento rotto.
E non si provi a derubricare tutto a “caso isolato”. No. Questo fatto ci ricorda un punto scomodo che preferiamo spesso ignorare: il caporalato non è una malattia confinata al Sud, alle campagne del foggiano, alle baraccopoli di Rosarno. Vive e prospera anche nel Nord produttivo, civilissimo, la locomotiva d’Italia, tra le colline venete, nelle aziende agricole, nei cantieri, nei maneggi, nelle piccole e medie imprese che si nutrono di lavoro sottopagato e in nero. Cambiano il paesaggio e l’accento, non cambia la logica.
Qui non c’è “solo” un infortunio nascosto per paura delle multe. C’è una coppia di datori di lavoro che, di fronte a un uomo ferito, ha scelto deliberatamente di non soccorrerlo, di non assumersi responsabilità, di trattarlo come un rischio amministrativo, non come una vita. È un salto di qualità inquietante: per evitare un controllo, si è disposti a mettere a rischio l’incolumità – e potenzialmente la vita – di una persona. Il messaggio implicito è devastante: “Tu vali meno del mio guadagno. Meno del mio casellario giudiziale pulito”.
Indignarsi non solo è legittimo, è doveroso. Indignarsi verso il sistema che ancora permette, tollera, minimizza il lavoro nero. Ma anche, senza giri di parole, verso questa coppia senza scrupoli, che ha dimostrato un’assenza totale di rispetto per una vita umana. Non c’è emergenza, non c’è panico, non c’è “confusione del momento” che possa giustificare la scelta di lasciare un uomo ferito in strada pur di tutelare sé stessi. È un atto di codardia e di crudeltà insieme.
Questo fatto dovrebbe diventare un punto di non ritorno nel dibattito pubblico sul lavoro nero e sullo sfruttamento degli immigrati. Perché la catena è sempre la stessa: straniero, spesso indebolito dal bisogno, accetta condizioni che un italiano rifiuterebbe.
La cosa che più sciocca è che dinanzi ad un episodio di tale crudeltà, nessuna istituzione ha manifestato una reazione politica: forse la vita di un indiano non merita che il silenzio, che spesso fa più rumore di mille parole e racconta più di tutto.
Natalia Bandiera
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